DS09 del 30 maggio 2010 - “Li vedevo, ero steso a terra quasi privo di sensi e di vita, ma li vedevo. Sciacalli senza dignità, io stavo morendo e loro si interessavano alla marca di pasta che avevo appena comprato. Ma sono uomini questi? Ma come si è ridotto il nostro Paese?”
Deve aver pensato queste cose l’uomo che la scorsa settimana è morto appena fuori dalla porta di un supermercato. Un malore, probabilmente un attacco di cuore, se lo è portato via. Le persone sul marciapiede anziché soccorrerlo immediatamente si sono dedicati alla sue borse della spesa, ai barattoli di conserva che rotolavano giù dal marciapiede. Mentre moriva, quando esalava l’ultimo respiro, lo hanno derubato di tutto quello che aveva.
Non è successo in una favela brasiliana e neppure al rione Sanità di Napoli, giusto perché i qualunquisti di giornata non abbiano nulla da eccepire. Gli sciacalli hanno colpito nel centro della civilissima Padova, la città del Santo, la Capitale dell’Università e della Ricerca del Veneto e forse anche dell’evoluto Nord Est.
Non sono stati zingari, albanesi, marocchini, senegalesi o rumeni; gli autori di questa barbarie sono italianissimi, anzi veneti.
Ma come è possibile che l’uomo si sia ridotto così? Come è possibile che di questa condizione di disperazione, certamente alla base di un atto così scellerato, non si sappia nulla? Come è possibile che una disgrazia umana del genere cada dentro al nostro quotidiano come un fulmine a ciel sereno?
Cosa sta accadendo silenziosamente al nostro Paese?
Chi sono quelle persone che arrivano a tanto?
Sono i nostri vicini di casa, nostri amici, parenti.
Sono quelli, e sono tantissimi, che si ritrovano schiacciati tra i modelli di successo facile - proposti come attuali ed unici a reti televisive unificate ventiquattrore su ventiquattro – e le difficoltà di tutti i giorni.
I giovani disoccupati in Italia, quelli che hanno finito di studiare e si ritrovano senza lavoro, sono oltre due milioni.
Non una cifra da poco, tra l’altro destinata a crescere, di giovani donne ed uomini depressi, frustrati, senza prospettiva, senza diritti, costretti a passare le proprie giornate, tra gli sguardi inquieti e preoccupati di genitori e nonni, in ciabatte per casa.
Si sta costruendo una società senza futuro abbagliata dalle luci catodiche della televisione cullata nell’illusione – o forse è l’ultima speranza – che un reality show ti cambi la vita, o sia l’unico modo perché la tua condizione possa modificarsi, perché la tua esistenza giunga, finalmente, ad una svolta.
Ma ce ne rendiamo conto o pensiamo di continuare così ancora per tanto?
La vera paura non è la Grecia, evocata quotidianamente in televisione per giustificare qualsiasi cosa, è la nostra indifferenza ed apatia.
Non laviamoci la coscienza soltanto devolvendo il 5 per mille a qualche organizzazione non governativa che si occupa, che so? di Africa.
Cominciamo ad interrogarci su quello che ci succede attorno, non ai casi limite che magari un trafiletto sui giornali se lo guadagnano, ma a quel silenzio che nasconde la vera disperazione.
Pochi giorni fa ad un istituto superiore di Dolo sono stati fermati dai Carabinieri dei ragazzini che, nella pausa dopo un compito in classe, pensavano bene di farsi una canna, alla luce del sole nel cortile della scuola. Si è scoperto, poi, che uno di loro si dilettava come spacciatore.
Lungi da me fare una tirata proibizionista, non è questo il punto.
Il punto è che per loro era normale, non c’era nulla di male, non serviva nascondersi, non c’era autorità – genitori, insegnati, forze dell’ordine – da temere e rispettare.
È il vuoto, il silenzio, quel luogo che ciascuno di noi contribuisce a costruire ogni giorno con la propria superficialità a far perdere tutto di significato.
Siamo un popolo di contemporanei, si diceva un tempo, oggi non siamo più neppure quello.
I cittadini albanesi del mitico film “L’America” di Gianni Amelio con Enrico Lo Verso e Michele Placido, guardavano “Non è la Rai” e si convincevano che valesse la pena tentare l’attraversata pur di arrivare in Italia. Un sogno tragico, sbagliato e che tanti drammi ha generato.
Noi, oggi, continuiamo a guardare “Non è la Rai”, o meglio i discendenti di quel format televisivo, ma cosa sogniamo? Che speranze coltiviamo? Cosa rischiamo di nostro perché le cose possano andare meglio?
Quel silenzio come lo rompiamo?
DS08 del 9 maggio 2010 - “C’è qualcosa che non va in questo cielo…” cantava il buon Vasco Rossi. Il cantore della vita spericolata in questa sua composizione raccontava di persone che non sapevano più nemmeno che ore fossero o cosa fosse un uomo; l’unica speranza che il rocker di casa nostra lasciava intravedere era affidata a “chi dice no”. Già, ma “no” a cosa? In questo momento tanto complesso è difficile capire a cosa dire “si” e cosa invece contrastare. Ci sono certamente le grandi questioni di principio, ma sono molto distanti. Ci sono i valori che sono validi sempre, ma non bastano. Nella società liquida nella quale siamo immersi nulla è tangibile, niente è afferrabile, non ci sono cosa vere e concrete alle quali appoggiarsi o, viceversa, da combattere. E poi, diciamocelo, che senso ha combattere se tutto è ovattato, artificiale, pressoché inutile? Stiamo migrando dalla società della Fast Food generation a quella degli Avatar: doppi virtuali ai quali affidare l’idea di quello che, realmente, non siamo ma vorremmo essere. Anche nella nostra piccola comunità dolese è tutto un proliferare di blog, iscritti a flicker, a facebook, a netlog e quant’altro. C’è qualcosa che non va e che non si capisce. Avverti solo la sensazione di qualcosa di inspiegabile, di ingiustificabile, di irrazionale ed inafferrabile. Anche la cultura del sospetto, malattia non soltanto italiana nella sue degenerazioni, sta venendo meno; mi spiego: non siamo neanche più in grado di pensare male per interpretare qualcosa di difficile comprensione di primo acchito… con buona pace di Andreotti, per dirla. Sai quando aspetti l’invito di un amico, uno di quelli più cari, per festeggiare una cosa bella e importante che gli è capitata e che ha profondamente modificato il suo status e quell’invito non arriva? Bé ti rendi conto che non poter festeggiare con lui, il fatto che lui non ti comprenda nei suoi festeggiamenti, significa che qualcosa è cambiato, che c’è qualcosa che non va, ma che non ti spieghi. Sono i grandi interrogativi che rimangono insoluti. Anche perché non ti vuoi rassegnare anche a questa evidenza.
È come nella partita Lazio vs Inter: tutta la curva biancoceleste ha tifato contro la propria squadra che se avesse fatto punteggio avrebbe aiutato i rivali storici della Roma a vincere lo scudetto. Tutta una curva e buona parte di una città a tifare contro se stessa. L’Inter, per la gioia di questa inedita partnership tra tifosi, ha vinto ed apriti cielo. Dire che i giocatori laziali, minacciati dai propri tifosi, non si siano sufficientemente impegnati è legittimo come legittima è la considerazione che la corazzata nerazzurra, lanciata verso una storica tripletta, fosse troppa cosa per questa sgangherata Lazio. Tutto è vero e tutto è sbagliato, quindi, la questione, di fatto, non esiste; capisci solo che c’è qualcosa che non va, ma per dire “no”, per opporti, dovresti avere qualche appiglio in più se vuoi applicare la ragione. L’unico sfogo dei tifosi non nerazzurri ne biancocelesti è stato quello di trasformarsi in Avatar, cosa che in questa settimana è accaduta ampiamente, e combattere una guerra virtuale dove le regole del mondo di qua non servono o, almeno, non sono indispensabili: bella frustrazione.
Stiamo traslando il nostro essere e non sappiamo cosa saremo. Il passaggio tra essere quelli inebetiti che mangiano tutto quello che gli viene proposto a “non vivi” che conducono un’esistenza ideale nel mondo virtuale francamente mi spaventa un bel po’. Non so neppure io perché, certo mi rendo conto che “c’è qualcosa che non va in questo cielo…”
DS16 del 8 novembre 2009- Stiamo assistendo ad una lenta ed inesorabile secessione silenziosa. Non quella del Nord del nostro Paese dal Sud e dal Centro. Non nascerà nessuna Padania, del resto non ci crede più nessuno. Le poltrone, soprattutto quelle romane, piacciano anche ai più irriducibili, quindi di “fuga dall'Italia” non se ne parla da un pezzo. La secessione alla quale stiamo assistendo è quella della Nazione dallo Stato. La Nazione siamo noi, ciascuno di noi, stanchi di uno Stato - una macchina - rissoso, qualunquista, banale, retto su approssimazione, gossip e raccomandazioni.
La colpa, almeno in parte, di questa disaffezione è certamente di quella che è stata definita, a più riprese ed in modo altrettanto gossipparo ed abborracciato, la “casta”. Un'altra parte di colpa dipende certamente dal nostro sistema di informazione quello per il quale si selezionano costantemente le notizie, il modo di darle, i canali con i quali diffonderle ed il peso da attribuire a ciascuna di esse. Esempio lampante di queste ore è la comunicazione dedicata all'influenza A, la cosiddetta “Suina”.
Ormai, anche su di un tema tanto importante, siamo al “miocuginismo”, quel percorso para-culturale per il quale le notizie diffuse diventano più vere perché si chiama a testimone un fantomatico cugino o conoscente. Di solito la premessa “mio cugino mi ha detto...” apre il racconto di fantomatiche, e francamente poco credibili, leggende metropolitane. Anche nel nostro Paese si cominciano a contare le vittime del nuovo virus anche se, secondo il viceministro alla Sanità Fazio, alla fine i numeri saranno inferiori rispetto a quelli che si registrano per ogni influenza comune. Non abbiamo motivi per non crederci, sia ben chiaro e ci auguriamo ovviamente tutti che abbia ragione il viceministro. Ma anche questa comunicazione, come al contrario quella secondo la quale siamo nel bel mezzo di un'allarmante pandemia estremamente grave se non addirittura letale, è affidata, per l'appunto, al “miocuginismo”.
Nel senso, vado a spiegarmi, che sia chi sostiene che ci si debba preoccupare che chi predica la calma affida la comunicazione del proprio pensiero a canali talmente poco rassicuranti da creare reale caos.
Infatti i pronto soccorso dei nostri ospedali sono presi d'assalto e le mamme tendono a tenere a casa i propri bambini dalla scuola materna od elementare appena si sparge la voce che il compagnuccio di classe ha starnutito. A questo punto chi ha voglia di pensarci su si incavola e si chiede come sia possibile che su di un tema tanto delicato non si sappia quale voce ascoltare. Gli altri, invece, se ne fregano e si affidano ad un sano “fatalismo”: affronterò il problema, sembra di sentirli dire, se e quando toccherà a me. Siamo in piena secessione dolce.
Il giornale economico più prestigioso al mondo, il Wall Street Jornal, ha preso di mira, con garbata ironia, questo malcostume e per stigmatizzarlo con una certa dose di humour, ha pubblicato nei giorni scorsi un dossier di pi pagine a colori sui rimedi della nonna per tosse, raffreddore ed influenza...suina compresa. Come dire “tanto vale tutto ed il contrario di tutto” di gattopardesca memoria. Nel frattempo la crisi economica - a lungo mascherata, sminuita o addirittura negata – sta lasciando segni profondi anche nel nostro Paese. Le associazioni di categoria stimano che siano a rischio chiusura oltre 250 mila piccole imprese. Anche su questo siamo al “miocuginismo”: ci hanno raccontato per oltre un anno che la crisi economica è stata determinata dall'economia virtuale, quelle delle quotazioni borsistiche, e che nulla ha a che vedere con la parte reale, ovvero quella legata alla produzione. Sembrava addirittura che per il cittadino medio che mai aveva giocato in borsa in vita propria non sarebbe cambiato praticamente nulla a meno che la propria banca non gli avesse sperperato, nel gioco delle quotazioni, tutti i risparmi a sua insaputa.
Oggi si dice che gli indicatori sono tutti positivi. Ma quali indicatori? Le quotazioni borsistiche.
Ma come? Ci avete detto di non guardare alle borse e adesso al cassa integrato, al disoccupato, al precario al quale non viene rinnovato il contratto cosa raccontiamo? Ogni informazione, cosa ben diversa dalla notizia oggettiva, viene distorta, piegata, veicolata come più interessa. Non c'è alcuna base “scientifica” nel nostro sistema di mediatico, tutto è interpretato ed interpretabile. Le borse prima non contano e poi sono da guardare con attenzione; l'influenza suina passa da “peste del 2000” a banale raffreddore e poi ancora pandemia gravissima. Per anestetizzare gli animi ci fanno vivere in un continuo clima di campagna elettorale dove buon senso e realtà vengono sacrificati sull'altare della mistificazione, dello spot e della rissa.
Pink Floyd. Another brick in the Wall
Se anche questo non dovesse bastare ci penseranno il calcio e la ripresa del Grande Fratello. Poi si passerà direttamente alla guerra fredda ed alle armi di distruzione di massa. In questi giorni, venti anni fa, la democrazia ha abbattuto il muro di Berlino; oggi il muro, come cantano i mitici Pink Floyd, è quello che ci portiamo dentro. Siamo alla secessione tra nazione e stato, popolo ed istituzioni, giustizia ed ingiustizia, giusto e sbagliato, informazione e notizia.
Chissà se ai bambini italiani del campo Sinti di Mestre, costretti al freddo per l'ostruzionismo propagandistico della Provincia di Venezia, verrà mai l'influenza Suina o se anche a loro una bella partita alla TV, una puntata di “Anno Zero” o il gossip sul concorrente “Donna–Uomo” del Grande Fratello basterà per non pensare al freddo.
DS07 del 20 aprile 2009- Il mondo dello sport non finisce mai di stupire. Il bello è che seguendo le vicende delle star di questo mondo virtuale si impara molto anche di altri settori che, francamente, non pensavamo potessero avere delle relazioni tanto dirette.
Quando il PM Guariniello aprì l’inchiesta sul possibile utilizzo di doping da parte di alcune società sportive diventammo tutti esperti di medicina. Quando si svelò la cosiddetta “Calciopoli” tutto d’un tratto ci siamo ritrovati nei panni di novelli Perry Mason a svolgere - a casa, sul bus o al bar con gli amici – supposizioni di carattere tecnico – giuridico con tanto di aneddoti, ovviamente citati senza riportare la fonte, attraverso i quali tenevamo dimostrare ai nostri interlocutori di saperla certamente più lunga invitandoli a non fidarsi delle notizie di giornali e TV perché incomplete e comunque sicuramente pilotate dalla “cupola”.
I segreti della Brawn GP
È di questi giorni il ricorso perso da molte scuderie di Formula Uno contro Brawn Gp, Toyota e Williams ree, a loro avviso, di utilizzare dei diffusori irregolari. La Ferrari era tra i ricorrenti e non contenta di perdere sui circuiti, sbagliando completamente strategia di gara, ha deciso di voler subire anche lo schiaffo della giusta sportiva che confermato come quegli “aggeggi” non solo siano ammessi dal regolamento, ma possono essere installati, guadagnando un certo vantaggio, anche dalle altre monoposto, quelle del Cavallino in primis.
Io, per formazione mentale, mi rifiuto di diventare un esperto di fisica applicata all’ingegneria meccanica, ma cosa sono i diffusori l’ho voluto provare a capire. In buona sostanza, se ho capito giusto, si tratta di appendici aerodinamiche poste sotto la parte posteriore delle vetture. Il regolamento prevede che abbiamo delle dimensioni precise per ciò che riguarda la loro larghezza, ma per quelli nella parte centrale, sotto la luce del freno per intenderci, non dice nulla. Quindi Brawn, Toyota e Williams hanno pensato di sviluppare una specie di split ben più lungo di quello delle altre scuderie ottenendo vantaggi significativi. Va beh. Le pieghe del regolamento sono sempre fonte di diverse interpretazioni. Quello che non riesco a spiegarmi è come mai una scuderia come la Ferrari che si candida a vincere il titolo non ci abbia pensato e soprattutto non comprendo come il suo Team Manager poche ore dopo la pubblicazione della sentenza si sia dispiaciuto del fatto che adesso che ha scoperto la possibilità di applicare questi benedetti diffusori gli tocca rifare tutta la macchina. Ma come? Già non ti accorgi che potevi sfruttare una soluzione tecnica assolutamente interessante e quando te lo dicono non corri immediatamente ai ripari ma dici “porca l’oca mi tocca lavorare ancora!”. E dire che, soprattutto di questi tempi, ci sono centinaia di donne ed uomini ai quali “lavorare ancora” non dispiacerebbe proprio per niente. Tant’è.
Dopo l’ingegneria - avendo come detto già acquisito un significativo bagaglio di nozioni giuridiche e mediche – siamo stati costretti ad occuparci di gossip. “L’imperatore” Adriano perché ha deciso di rinchiudersi in una malfamata favela di Rio de Janeiro? Semplice perché la sua bella di turno pare averlo lasciato dopo averlo scoperto ad un festino con prostitute e trans. Vabbé, verrebbe da dire, se lo è cercato, affari suoi. Ed invece no. Tv e Giornali ci stanno propinando, ormai da settimane, questa telenovela a luci rosse ipotizzando, giorno per giorno, nuovi colpi di scena che vanno dal suicidio, al racket, dalla droga, alla depressione. Dispiace certamente per tutte le persone coinvolte in questa vicenda tanto grottesca, ma noi perché dobbiamo occuparcene così tanto e soprattutto perché i media sono costretti a seguire in tempo reale la questione obbligandosi ad azzardare le più disparate ipotesi solo perché la pagina la devono riempire. L’unica consolazione è che noi siamo la fastfood generation e quindi tra un po’ ce ne dimenticheremo.
Siamo arrivati al punto che un carcerato ha scritto alla redazione del Grande Fratello per specificare come i veri “reclusi” sono loro e non i concorrenti del noto format televisivo. Meno male che qualcuno ogni tanto chiede di tornare alla realtà.
DS06 del 5 aprile 2009 - Dobbiamo ammetterlo: ogni volta che parla Mourinho fa notizia. Il simpatico, o meno, allenatore dell’Internazionale ha dichiarato che il futuro del suo club deve essere tinto maggiormente di tricolore, non inteso come scudetto quanto come rosa di giocatori.
Avanti con giovani italiani, dunque e taglio deciso alla nutrita colonia straniera che in questi anni Patron Moratti ha messo insieme.
Immediatamente dopo, se non addirittura contestualmente, Mou chiede al suo presidente l’acquisto di giocatori come Drogba, Eto’o, Silva, Ribery, Carvalho, Aguero, programma il ritiro estivo negli Stati Uniti e dichiara che se lo chiamasse il Manchester United non direbbe certo di no.
Negli ambienti milanesi c’è chi è pronto a scommettere sul ritorno di Roberto Mancini sulla panchina dell’Inter, sulla partenza di Ibrahimovic e sull’acquisto di Eto’o, Cassano e Acquafresca.
Staremo a vedere. Fatto sta che in una settimana si è detto tutto ed il contrario di tutto e ogni volta quei giornalisti che il tecnico portoghese bistratta tanto, hanno accolta qualsiasi sua dichiarazione come una perla infinita di saggezza.
Non entro nel merito di nessuna di queste affermazioni se non per cogliere come il virtuale stia prendendo, più o meno velocemente, il posto del reale.
Di giocatori italiani buoni ce ne sono a bizzeffe. Di procuratori che indirizzano carriere, ancora di più. Oggi nessuno mette in dubbio, per fare un esempio, il talento di un Giuseppe Rossi, certo che chiedere 20 milioni di euro per un ragazzo, certamente promettente, che aveva fatto una decina di goal a Parma significa penalizzarlo e decidere, scientificamente, che non giocherà in Italia.
I big club sono gli unici a potersi, infatti, permettere certe spese e preferiscono il nome di richiamo che, con la pubblicità ed il merchandising fa recuperare parte dell’investimento, chi è condizioni economiche di seconda fascia non è certamente in grado di accettare scommesse tanto azzardate e costose.
Il virtuale è quello che ci piacerebbe che fosse, il reale è ben diverso.
Oggi si vive su facebook, nulla di male lo fanno anche moltissime società locali, ma non sono li le vere partite.
Se il Calcio Dolo avesse la più bella pagina di tutta la rete Internet questo non basterebbe a raggranellare più punti in classifica, a far tacere i tifosi eccessivamente contestatori, a recuperare il rapporto umano con la comunità locale e festeggiare alla grande il centenario della nascita della società biancogranata. Purtroppo lo sport rappresenta come sempre lo specchio della realtà e non sfugge a nessuno come gli scenari di plastica siano ben più suggestivi di quelli reali. I giornali sportivi riescono a vendere più copie quando si occupano solo di rumors di calciomercato, figuriamoci…
Il nostro quotidiano non fa eccezione. Un esempio per tutti: i dati sulla criminalità indicano un calo dei reati ciononostante siamo tutti convinti che il nostro oggi siamo molto più pericoloso del nostro ieri, come mai?
Un altro? Fino a qualche anno addietro gli sbarchi di clandestini a Lampedusa erano una minaccia per tutta la nostra civiltà, oggi che sono decuplicati non se ne parla quasi più. Un caso?
Oltre ad un nuovo rinascimento, secondo me, il nostro sport ed il nostro Paese avrebbero bisogno di una seconda ondata di neorealismo.
Perché per dirla con il Vittorio De Sica di Miracolo a Milano “Vorrei vivere in un paese dove buon giorno vuol dire buon giorno.”
Lo vorremmo, anche se non ce ne rendiamo sempre conto, anche noi.
DS04 del 16 marzo 2009 -Parliamoci chiaramente Mourinho l’ha fatta grossa. E quando si fa il passo così tanto più lungo della gamba si rischia di scivolare.
Ed in fatti il buon Mou è scivolato. Scivolato sul dossier dell’osservatorio per gli errori arbitrali.
Ma andiamo con ordine.
3 marzo 2009 - Conferenza stampa di mister Mourinho sul tema della "prostituzione intellettuale".
Dopo il sofferto pareggio strappato dall’Inter alla Roma il tecnico lusitano, estremamente nervoso ed indispettito in quell’occasione, si è lamentato con i giornalisti di aver dato troppa importanza al rigore, per lui limpidissimo, accordato per un fallo, molto contesto, su Balotelli anziché sottolineare come Milan e Roma non vinceranno nulla in questa stagione, mentre la Juventus, a suo dire, vivrebbe di errori arbitrali. Un attacco non indifferente e, in un certo senso, sferrato con uno stile senza precedenti nel mondo mediatico che si muove attorno all’italico mondo pallonaro. L’osservatorio per gli errori arbitrali, però, si è preso la briga di verificare quanto detto dal tecnico dell’Inter ed ha stilato la sua classifica. Senza gli errori arbitrali, infatti, l’Internazionale di Milano sarebbe soltanto quarto. In testa ci sarebbe il Milan, al secondo posto, un po' a sorpresa, la Fiorentina, poi la bistrattata Juventus ed infine, solo quarta, l'Inter di Mourinho. Nelle 260 partite finora disputate in serie A, l'Osservatorio ha registrato 163 errori arbitrali che hanno spostato 171 punti, con una media di 6,6 per giornata di gara. Dei 163 errori arbitrali in situazione da gol/non gol che sono stati rilevati, 20 riguardano l'Inter, contro una media di 7,5 per le altre squadre (+266%). Di questi 20 errori, 15 sono andati a suo favore, producendo 6 modifiche del risultato con guadagno di punti, e 5 contro, causando in un caso perdita di punti. La somma algebrica delle due situazioni ha generato gli 11 punti in meno dell'Inter nella classifica virtuale. Questa, nel dettaglio, la classifica virtuale: 1ª: Milan 53 (+5) 2ª: Fiorentina 51 (+5) 3ª: Juventus 50 (-3) 4ª: Inter 49 (-11) 5ª: Genoa 46 (+1) 6ª: Roma 45 (+1) 7ª: Cagliari 40 (+2) 8ª: Udinese 40 (+6) 9ª: Palermo 39 (+3) 10ª: Napoli 39 (+4) 11ª: Lazio 39 (+1) 12ª: Sampdoria 36 (+4) 13ª: Atalanta 35 (-1) 14ª: Catania 33 (=) 15ª: Siena 31 (+3) 16ª: Torino 24 (=) 17ª: Bologna 23 (=) 18ª: Reggina 23 (+5) 19ª: Lecce 18 (-4) 20ª: Chievo 17 (-6).
Cent'anni di Inter
Adesso io sono il primo a dire che gli scudetti si vincono soltanto sul campo e che di classifiche virtuali non se ne fa nulla nessuno, ma al tempo stesso è mai possibile che una persona che riceve oltre 10 milioni l’anno di stipendio e che ha disposizione una squadra che farebbe invidia allo sceicco del Brunei e che almeno in Italia è una corazzata, si debba lamentare di qualcosa nella vita?
Mourinho, in fin dei conti, in questo anno ha vinto grazie al talento dei propri giocatori e non tanto alla qualità del gioco che ha saputo esprimere la squadra, ha firmato contratti milionari, si è fatto acquistare giocatori sopravvalutati come l’amico Quaresma e sta gettando le basi per una campagna estiva faraonica. Ed ora arriva anche l’eliminazione dalla Champions League per mano del Mancester di mercoledì scorso.
Quando il buon Arrigo Sacchi diceva che i veri sacrifici li fanno i lavoratori della miniera e non i calciatori aveva perfettamente ragione perché esprimeva un concetto, anche se in tono melodrammatico, assolutamente reale. Il mondo del calcio è virtuale, non è vita vera e tutto è considerato con parametri ben diversi rispetto a quelli che regolano la vita di ciascuno di noi.
Solo una cosa stupisce: quanto Mourinho appena arrivato nel nostro Paese abbia subito mutuato le peggiori abitudini di alcuni dei nostri concittadini soliti a dare la colpa dei propri errori agli altri, a negare la realtà, a dire che va tutto bene quando invece c’è chi non riesce a tirare avanti ed a lamentarsi, lamentarsi, lamentarsi…
DS04 del 1 marzo 2009 -Non ci bastava la Fast Food generation, oggi siamo in piena SMS generation. Non serve essere capaci, non occorre dimostrare nulla basta riuscire a bucare il video e si accede alla stanza più alta, quella del successo, a patto che si abbiano tanti amici disposti ad investire qualche euro in messaggini telefonici. Succede al Grande Fratello, e non potrebbe essere altrimenti visto che i concorrenti per definizione non devono essere in grado di fare nulla, ma succede anche al Festival di San Remo. Adesso nessuno intende sostenere che tale Marco Carta non abbia una bella voce ed una storia difficile alle spalle che fa sempre gioco, ma chi vince San Remo non lo si può mica decidere con i messaggini. Il risultato, poi, può anche starci è il concetto che passa che è inaccettabile: a prescindere da tutto un buon investimento in telefonia mobile può fare di te un vincente. È lo stesso procedimento con il quale si scelgono le veline per Striscia la Notizia inventandosi un programma, decisamente noioso, che tenga banco tutta l’estate e che si paghi da solo grazie, per l’appunto, ai messaggi che arrivano. Se si deve ragionare sull’effimero, passi, ma se siamo chiamati a stabilire un metodo sarebbe meglio che i parametri ed i metodi di giudizio fossero un po’ diversi. Tra un po’ anche le scuole, lo dico con la speranza di esprimere un enorme paradosso, si baseranno su criteri simili. Già adesso ci sono genitori che, richiamati dagli insegnanti per l’insolenza dei propri figli, giustificano il pargolo sostenendo che tra lui ed il professore non c’è compatibilità astrologica. Lo dico perché ho raccolto lo sfogo di chi ha vissuto un’esperienza diretta e non per averlo sentito dire quasi fosse una leggenda metropolitana. I McDonald’s, la catena di paninoteche a basso costo e a qualità variabile, stanno conoscendo un boom che non avevano mai fatto registrare prima nel nostro Paese. Segno certamente della crisi che avanza e che spinge a scegliere cibo low cost, ma anche di una rinnovata voglia di omologazione, di semplicità, di cose trovabili uguali in ogni angolo del Mondo. Siamo a pezzi. Letteralmente.
Decidiamo chi ci piace con dei messaggini e assimiliamo alimenti standardizzati della composizione dei quali è bene occuparsi il meno possibile. Il più triste dei turisti italiani in gita all’estero un tempo era assolutamente riconoscibile per la smaniante ricerca, nella quale si impegnava anche a discapito dell’esperienza che stava vivendo, di una pizzeria che lo confortasse e non lo costringesse a doversi confrontare con sapori diversi da quelli ai quali era abituato a casa propria. Oggi questi turisti non li riconosci più perché un bell’hamburger lo trovi in qualsiasi angolo del nostro Pianeta. Una cosa sola differenzia l’italico turista dal collega straniero: il telefonino sempre accesso, o meglio all’orecchio, dotato di suonerie fracassone ed invadenti.
Proprio in questi giorni, però, il paragone appare d’obbligo?
Cosa ha da spartire questa nuova Gens Italica con personaggi capaci di passioni e di sudore, di acume ed impegno come Candido Cannavò o il nostro Renzo?
Meglio non rispondere. Tanto per dir loro quello che sentiamo non servono SMS.
DS03 del 15 febbraio 2009 - Allora, ecco come sono andate le cose.
Marco è uscito dalla casa proprio quando si era deciso a concedersi alle grazie di Vanessa la quale, a sua volta, nell’attesa si era già intrattenuta con Alberto il quale è bramato, in maniera ossessionante da Annachiara.
Poi c’è la storia di Federica, del bicchiere e di Gianluca.
Ma andiamo con ordine. Adesso che Marco è uscito Vanessa tornerà da Alberto o cederà alle lusinghe di Annachiara?
Lo scopriremo nell’ordine su: in diretta 24 ore su 24 su Mediaset Premium, mandando un SMS a pagamento, su TG COM, su Sky, in diretta su alcuni siti internet e, ovviamente, su Canale5.
Questa è la notizia della settimana. Non c’è la crisi, non c’è chi nasce, non c’è chi muore, non c’è chi soffre ed ovviamente non c’è altro di cui dobbiamo occuparci.
Il Passante è aperto anche se camion non ce ne sono perché le aziende chiudono e non c’è nulla da trasportare, ma va tutto bene. Interessiamoci di Federica e Gianluca.
Ma se quel bicchiere lanciato con ira avesse realmente colpito il playboy american – napoletano cosa sarebbe accaduto?
Domanda esistenziale.
Il Dalai Lama è venuto a Venezia a ritirare la cittadinanza onoraria ed alcuni hanno criticato questa scelta per paura che la Cina decida di interrompere i rapporti commerciali con la Città. Come se il problema dei diritti umani negati si possa risolvere solo ignorandolo. Ma a noi che ce ne frega in fin dei conti?
Abbiamo problemi ben più importanti ai quali ci hanno detto che dobbiamo pensare.
Tipo: cosa regalare per San Valentino e, soprattutto, lo sapete che il cantante Renga per i bookmaker è il favorito per la vittoria del prossimo Festival di San Remo?
Noi di queste cose dobbiamo occuparci.
Lo Stupro, Franca Rame
Non del fatto che ogni giorno c’è uno stupro per le strade delle nostre città. Per quelli abbiamo messo in piedi un servizio di ronde volontarie. Per carità: chiudiamo caserme e neghiamo i soldi per la benzina delle auto della Polizia, ma in compenso abbiamo questi nuovi super eroi che vigileranno i nostri giusti sonni.
E non importa se nei giorni dedicati allo sterminio degli ebrei ed ai martiri delle Foibe qualcuno sia in grado di definire pubblicamente il periodo fascista come una “fase di scarsa democrazia”.
Lo sport, con tutto questo, non ha molte attinenze. Ne sono consapevole. Colpa dell’Inter che sta ammazzando il campionato. Ma adesso, vedrete, che concluse molte altre vicende sarà riaperta anche questa vicenda altrimenti qualcuno potrebbe distrarsi e guardare altrove, dove ci hanno detto che non si può.
DS25 del 7 dicembre 2008 - Continuo a sostenerlo: è bello vivere in un Paese di “non notizie”.
Cristiano Ronaldo ha vinto il Pallone d’Oro, e si sapeva; la difesa del Milan fa acqua e si sapeva anche questo; Federica Pellegrini è stressata e lo si poteva pure immaginare; Giovanna Volpato dopo il lungo infortunio è tornata vincere una maratona e non ne avevamo dubbi; il Presidente del Consiglio attacca i giornali e anche su questo c’era da scommetterci; è esplosa “ricettopoli” e tornano in mente i pouf pieni di soldi di Poggiolini; Facebook ha sempre più iscritti e non c’è da stupirsi; le bollette di luce, acqua e gas non scenderanno nonostante lo stato di crisi nel quale versano le famiglie italiane e anche su questo c’era da metterci la mano sul fuoco.
Non succede nulla di nuovo ed il 25 dicembre, ormai alle porte, nonostante tutto sarà ancora Natale. Nonostante tutto perché forse un qualche interrogativo sarebbe pure giusto porselo.
Il nostro Paese sta affrontando una crisi di dimensioni colossali. Se fino a qualche anno fa si parlava di quarta settimana, per intendere il periodo del mese nel quale i soldi della busta paga erano già finiti, oggi siamo a disquisire sulla seconda.
Luci ed addobbi ancora pochi ed i negozi sono desolatamente prossimi alla serrata e cercano di “tirarsi su una costa” anticipando il periodo dei saldi addirittura di un mese. I supermercati hanno cominciato a proporre le confezioni maxi: tipo trenta petti di pollo al prezzo di venti. C’è una forte dose di preoccupazione ed una grande tristezza. Secondo uno studio realizzato da uno dei maggiori sindacati italiani sono in procinto di scomparire più o meno novecentomila posti di lavoro. Ma qualcuno, allora, vuole dirmi perché se devo mangiare una pizza sono costretto a prenotare altrimenti rischio di non trovare posto? Misteri di questo Paese tanto pazzo da non fare la spesa, ma da non saper rinunciare all’ultimo modello di telefonino.
Intanto, proprio quando pensavamo di poter avere un po’ di tregua visto che “L’Isola dei Famosi” e “La Talpa” hanno smesso di invadere i nostri pensieri, impazzano i preparativi per San Remo: il festival italico del bel canto sarà condotto da Paolo Bonolis, avrà la regia occulta di Pippo Baudo e conta di attrarre, almeno queste sono le prime dichiarazioni, il pubblico con gli ospiti internazionali più che con le canzoni. Anche questa una bella novità.
L’Eurispese, intanto, ci comunica, che il gioco, inteso come il lotto ed affini, rappresenta per fatturato la terza “industria” italiana dopo Eni e Fiat: tanto per dire come siamo ridotti.
Il Natale 2008 si preannuncia una festa al risparmio per le famiglie italiane, che chiedono di anticipare la tradizionale stagione dei saldi. È quanto emerge da una prima indagine sulle prossime festività invernali, realizzata dal Codacons, associazione di consumatori: l'89% dei consumatori italiani desidera anticipare i saldi prima delle feste per non dilapidare tutta la tredicesima. Le previsioni sui consumi parlano chiaro: alimentari -5%, addobbi per la casa -25%, regali vari -20%, giocattoli -10%. Secondo il Codacons, insomma, i rincari di quest'anno su bollette e generi di prima necessità influiranno inevitabilmente sulle scelte di acquisto delle famiglie che prevedono di non spendere più di 200 euro pro-capite. Anche questa diffusa dal Codacons, per quanto allarmante, è sostanzialmente una non notizia visto che chi va a fare la spesa, almeno una volta la settimana, sa perfettamente quanto l’inflazione i questo ultimo anno abbia fatto lievitare i prezzi nonostante i dati poco credibili di chi vuole farci credere che i costi siano in calo.
È Natale anche quest’anno, certo, ma farà più freddo del solito e di coperte se ne vedono ben poche in arrivo: anche questa, consentitemelo, una cattiva “non notizia”.
DS21 del 12 ottobre 2008 - “Luciano Moggi è stato rinviato a giudizio per Calciopoli.” Quale sia la notizia in questo titolo qualsiasi di giornale comparso nei giorni scorsi è tutto da dimostrare.
Per noi cinici, e per l’appunto impertinenti, che Moggi sia indagato per le vicende legate alla corruzione nel mondo del calcio poco ci stupisce visto che lo si sapeva da sempre come da sempre si sa che lui rappresenta solo la punta dell’iceberg di un mondo ormai del tutto virtuale e nel quale, proprio come purtroppo accade anche nella vita reale, l’apparire vincenti, a dispetto di tutti, conta molto più che esserlo.
Tale Giuseppe Lago di professione tronista dopo pochi giorni di “Isola dei Famosi” non è più riuscito a sostenere le terribili prove fisiche al quale sono sottoposti i naufragi televisivi e se è ritornato, ricco di spocchia e di gel, nei salotti televisivi di mezza Italia. Anche qui non si capisce bene quale debba essere la notizia shock visto che si vedeva lontano chilometri che il fisico palestrato era solo apparenza, mentre la sostanza era ben diversa.
A Napoli sono ripresi gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. Obiettivo dei facinorosi impedire l’apertura delle discariche essenziale perché il capoluogo Partenopeo si sta riempiendo nuovamente di rifiuti. Pure in questo caso mi sfugge quale sia la notizia: aver messo la polvere sotto il tappeto non significa aver fatto le pulizie e per quanto tu possa dire in giro di aver compiuto il miracolo di mirabilie reali da oltre 2000 anni a questa parte nei nostri paraggi poche se sono viste più.
Una signora di origini somale ha denunciato di essere stata maltrattata dalla polizia di frontiera all’aeroporto di Roma. Vero o meno che sia il fatto è strano che si apra subito un’inchiesta con tanto di registro degli indagati e tre capi di imputazione. A favore della signora, quindi? No dei presunti aggressori.
Questa si che è una notizia come il proverbiale padrone che morde il cane.
Sempre a Roma un branco di ragazzini annoiati hanno pestato, ed anche con una certa determinazione, un cinese. Del resto si sa: nella Capitale le mode arrivano prima. Nella sonnacchiosa provincia, per dire a Parma, continuano a menare ragazzi dall’incarnato scuro, ai gialli ancora non ci sono arrivati.
Aspetto con trepidazione di sapere cosa faranno a Milano che mai e poi mai vuole essere da meno dei “cugini” di Roma.
Ovviamente il must del must è il pestaggio interrazziale filmato con cellulare di ultima generazione e riversato sul web.
Il punto vero è che non è mai colpa di nessuno e gli episodi si ripetono quasi all’infinito tanto da non essere più notizie, ma solo piccole questioni buone per un titolo sui giornali che, come una triste farfalla, dura un giorno solo.
Anche i personaggi che ci propone il nostro sistema dell’informazione sono tutti degli impuniti, dei testimonial che, in fin dei conti, tutto si può fare.
Ed in un contesto del genere, perché non si dovrebbe?
DS20 del 28 settembre 2008 - Un giovane di ventidue anni nella pacifica Finlandia ha pensato bene di uccide, prima di suicidarsi, dieci sui coetanei anticipando, in un certo senso, il tutto con un filmato a favore di milioni di morbosi navigatori di Internet. A Roma, qualche giorno fa, dopo la messa in onda del film “Il Codice Da Vinci” un venticinquenne ha scatenato la propria violenza contro un prete ed alcune altre persone. In questi due episodi sciagurati c’è almeno un minimo comune denominatore oltre alla follia che li ha concepiti e dalla quale sono stati partoriti: l’immagine, l’apparire, il film.
Il killer finlandese aveva diffuso, infatti, un filmato su internet nei giorni precedenti la sua “giornata di ordinaria follia”: armato di pistola mimava una minaccia alla telecamera, pronunciava la frase “tu sarai il prossimo” e esplodeva un colpo contro l’obiettivo come se, per una strana soggettiva, sparasse contro il suo interlocutore, contro la persona che aveva di fronte.
Molti chilometri più in a Sud, a Roma, un altro giovane si è talmente appassionato al film tratto dal best seller di Dan Brown, “Il Codice Da Vinci”, che ha pensato bene di uscire in strada ed accanirsi contro un prete colpevole, a suo dire, di tutte le nefandezze fanta - religiose ed assolutamente non reali dal punto di vista storico commesse dalla Chiesa nel thriller – polpettone televisivo.
Apparire su internet e lasciarsi ispirare, condizionare, plagiare dalla televisione: converrete che, con ogni probabilità, c’è qualcosa che proprio non funziona.
Il paradigma si sta del tutto rovesciando e nel giro, per altro, di pochissimo tempo. Era solo il 2002 che il regista americano Michael Moore, quello di Fahrenheit 9/11 diventava famoso al grande pubblico con il film documentario “Bowling for Colombine” nel quale lanciava la propria invettiva contro la lobby americana dei costruttori di armi che pur di arricchirsi riusciva a far emanare leggi particolarmente elastiche di modo da consentire a tutti, anche agli studenti, il possesso di una pistola o di un fucile.
Adesso lo studente finlandese ha percorso la strada inversa: non è stato raccontato dalla televisione, dall’immagine, ma l’ha creata lui stesso, annunciata, come si fa con le conferenze stampa quando si vuole dire che si è in procinto di compiere un’azione, e posta in essere.
Il giovane romano, invece, ha deciso di credere: di credere alla finzione televisiva e di rompere la barriera costituita dallo schermo dell’apparecchio domestico portando in qua quella fantastica avventura, deciso a viverla come il protagonista.
Ovviamente non sono due episodi di vita normale, siamo al cospetto di disturbi e devianze serie anche se, lo insegnano i bulli che si filmano mentre compiono le loro barbarie, la linea di confine tra quello che si può e quello che non si deve si è rotta.
Il percorso, ormai, è inverso: prima si faceva una fotografia o un video per ricordare un momento, adesso si costituisce un’occasione per poter fare un filmato e compiacersene mettendolo a disposizione di tutti.
Sono passati solo due mesi dal suicidio di una ragazzina di Adria colpevole di aver fatto l’amore con il proprio ragazzo, di non essersi accorta che questo l’aveva fotografata nuda e di averlo lasciato per un qualsiasi motivo di quelli che tra adolescenti sono all’ordine del giorno.
Bene: quelle fotografie delle quali lei ignorava l’esistenza sono passata di cellulare in cellulare, di mail in mail sino a rendere la vita impossibile per questa ragazzina non più bambina ma solo ad un passo dal divenire donna, dipinta dalla comunità come una poco di buona, come una che diffonde le proprie foto osé se non addirittura pornografiche.
Arrivati a questa situazione siamo sicuri che sia stata una buona idea utilizzare le immagini degli scontri tra ultras e polizia dello scorso 30 agosto per uno spot contro la violenza negli stadi?
Non è che il Ministero dell’Interno, involontariamente, abbia reso un gran servizio a questi imbecilli che adesso di vedono anche per televisione?
Una ventina di anni addietro si diceva che l’edonismo spinto di quel periodo avesse trasformato la scala dei valori di ciascuno ponendo al primo piano l’apparire a discapito dell’essere.
Oggi forse la situazione è ulteriormente degenerata perché si è soltanto per apparire e nessuno accetta di “non essere”, di non esistere.
Internet e cellulari con fotocamere e videocamere hanno fatto il resto e la massima aspirazione di qualcuno è diventata quella di poter vantare la potestà sul video “più scaricato della settimana”.
Forse è il caso di pensarci un po’ su.
DS19 del 7 settembre 2008 - Grande Cannavaro!!!
Quanto sarà costato allo spocchioso Blatter consegnare, sebbene con due anni di ritardo la Coppa del Mondo alla Nazionale Italiana di Calcio?!Il capitano delle selezione azzurra dimostrandosi certamente il campione, in campo e fuori, che è ha incastrato il plenipotenziario del calcio mondiale e lo ha costretto ad una cerimonia improvvisata ma molto significativa.
Un colpo da fuoriclasse quello del difensore napoletano che ci ripaga dell’umiliazione subita nel luglio del 2006 a Berlino quando, Campioni del Mondo, subimmo l’onta di non ricevere dalle mani del numero uno del calcio mondiale la nostra coppa, quella che ci eravamo guadagnati con il sudore e l’abilità.
Blatter non ha potuto fare di meglio che abbozzare e, con la sua faccia che ricorda in maniera pericolosa una caricatura di Topo Gigio, consegnare al capitano il trofeo.
Scherzi del calcio come quelli commessi, alla prima giornata e dico alla prima, da un gruppo di delinquenti che hanno pensato bene di rovinare immediatamente il campionato.
Scena da guerriglia urbana che si potrebbero ripetere in qualsiasi circostanza perché l’obiettivo non è assolutamente sportivo, ma esclusivamente vandalico: sfogare una frustrazione, un’impotenza emotiva e fisica contro oggetti e persone.
Lasciamo perdere le dichiarazioni di quel presidente di società che, evidentemente male informato, riduceva a ruolo di ragazzate i feroci scontri innescati dai supporter della sua squadra. Oppure dovremmo considerare anche quella infelice uscita e chiederci se dietro c’è dell’altro?
A Napoli l’emergenza rifiuti si è costituita, tra le altre cose, perché la Camorra non voleva discariche ed inceneritori. Oggi la mondezza è stata spostata altrove, ma quegli impianti sono ancora chiusi. Chi comanda quindi? I cittadini, lo Stato, la malavita organizzata?
Ed il presidente della squadra di calcio, che conosce bene le dinamiche che animano la propria tifoseria, può, a cuor leggero, strappare con questi signori? Relegarli al giusto ruolo di delinquenti? O teme di non poter più tornare a casa sereno la sera?
Domande che, con ogni probabilità, non troveranno risposta e trascineremo ancora per mille e mille anni in questo Paese che un giorno si indigna ed il giorno dopo gira la faccia per non dover prendere atto che il problema esiste ancora.
Il calcio, c’è poco da dire, è proprio lo specchio della nostra società ed è proprio per questo che chi lo ama non accetta discussioni così come chi lo detesta.
Ciò che manca è proprio la diffusione di sistema di valori comune nel quale ciascuno si possa riconoscere e che tutti sentano come proprio e, quindi, da sostenere.
Del resto viviamo di spot, siamo la fast food generation, si consuma, si digerisce e si dimentica troppo in fretta. Basti pensare alle fobie indotte: prima i marocchini, poi gli albanesi, poi i cinesi, oggi gli zingari.
Ma mentre erigiamo barriere, o scaviamo fossi contro i rom cosa ne è stato delle nostre altre paure? Anche quelle dimenticate perché c’è quella del giorno, la moda del momento, il prodotto da consumare oggi.
Continuiamo ad indicare la luna ed a guardare il nostro dito: peggio di così…..
Almeno la Nazionale giocasse sabato con il lutto al braccio come segno di un campionato funestato, almeno nelle proprie battute iniziali, sarebbe un segno di forza.
DS18 27 luglio 2008 - “C'è chi rischia la vita per vincere la corsetta ciclistica amatoriale alla sagra del prosciutto, siringandosi da sé. C'è chi riduce i propri testicoli a noccioline rinsecchite pur di gonfiarsi i bicipiti di un altro paio di centimetri. C'è chi va incontro al cancro, alla leucemia, alla trombosi, all'impotenza pur di arrivare al traguardo della maratona di paese prima dell'amico rivale. Sono i pazzoidi del doping della domenica, in Italia almeno mezzo milione di sportivi truccati e senza controllo, vittime del mito della vittoria anche quando la vittoria non vale niente, solo l'orgoglio di arrivare davanti, o di specchiarsi e vedere muscoli lucidi e turgidi da culturista. Sono i "dopati fai da te", cioè il vero motore di un'industria parallela a quella della droga, nelle mani della criminalità organizzata, che fattura due miliardi di euro all'anno e che nel 2007 ha visto commerciare Epo per oltre 200 milioni.”
Lo ha scritto Maurizio Crosetti come incipit di una interessantissima inchiesta pubblicata sul quotidiano “La Repubblica” martedì scorso.
Il buon Crosetti, in un certo senso, mi ha fregato il tratto perché dopo lo scandalo doping che ha coinvolto il corridore italiano Riccò al Tour de France l’impertinente di questo folle, anche dal punto di vista climatico, luglio voleva proprio essere su questo fenomeno sportivamente imbarazzante e socialmente drammatico.
Quello che maggiormente mi spaventa, al di là di Riccò o del ciclista della domenica o del fanatico impotente che ammira i propri muscoli illegalmente gonfiati allo specchio di una palestra che puzza di sudore e anfetamine, è il doping che soprattutto i giovanissimi decidono di assumere per essere dei vincenti.
Perché i “dopati della domenica” non sono soltanto gli sportivi.
Il Redentore di Venezia, festa storica e di grande suggestione, ha lasciato alle proprie spalle un dramma decisamente evitabile: la morte di una sedicenne di Rovigo che partecipando ad un rave party, una festa clandestina che può durare anche diverse decine di ore di fila, ha ceduto alla tentazione di “tenersi su” con delle pastiglie di MdMa una nuova e potentissima droga sintetica decisamente in voga a questo tipo di eventi. Come si possa non sapere di una festa del genere organizzata via internet facendo rimbalzare la notizia – invito su di un sito tedesco è un mistero.
Anche il buon Mark Juliano, ex difensore Juventino, se la sta passando brutta: per lui l’accusa è quella di uso di cocaina. Chi con la droga non c’entra, ma in un certo sembra aver fatto uso di doping è Giorgio Chinaglia. L’ex attaccante bianco-azzurro è attualmente latitante negli Stati Uniti, dove chiuse la sua carriera di atleta, perché accusato di aver tentato l’acquisto della Lazio per nome e per conto della Famiglia Casalesi affiliata alla Camorra che aveva individuato nella società di calcio capitolina il modo migliore per riciclare una enorme quantità di denaro sporco. Chinaglia, stando all’accusa, serviva da testa d’ariete per convincere la tifoseria, scontenta della presidenza di Claudio Lotito, a premere per la cessione della società proprio all’ex bandiera.
Intanto in Italia è arrivato Ronaldinho e solo la sua comparizione ha ammansito i furibondi tifosi Rossoneri che avevano anche organizzato una petizione online perché la proprietà vendesse la società.
Il “doping Ronaldinho” ha fruttato, in pochissimi giorni, un aumento degli abbonamenti allo stadio pari a diverse migliaia di tessere: un doping, questo, che non fa assolutamente male soprattutto alle casse sociali.
Di doping che, invece, di male ne fa e molto ne hanno parlato alcune settimane orsono i giornali locali. Ottanta persone, infatti, sono state sottoposte a indagini nell'inchiesta della Procura della Repubblica di Padova sulla diffusione di sostanze dopanti nelle province di Padova e Treviso: stiamo parlando, è bene precisarlo, di sport dilettantistico spesso giovanile. Ma per essere vincenti bisogna per forza drogarsi o inseguire situazioni che, in un certo senso, alterino lo stato dei fatti, mascherino le specifiche debolezze? Sembra proprio di si. In questo mondo sempre a caccia di nuovi miti da bruciare anche il ragazzino, il Pinco Pallino qualsiasi, vuole sentirsi una celebrità, una Velina, un Tronista, un idolo da Realty Show se non a livello mediatico almeno nel proprio limitato ambiente ed in virtù di questo desiderio si è disposti a tutto persino ad alterare la percezione che si ha di se stessi perché, per quanto ci si sforzi, ci si continua a vedere, purtroppo per chi lo trova un limite, soltanto delle persone normali.
Una normalità, in nome della quale, sarebbe tempo si stringesse un patto e si cominciasse a considerarla un valore e non una condanna.
Il primo passo lo può fare il sistema mass-mediologico, in primo luogo la televisione, modificando profondamente i modelli che impone, oppure noi usando il telecomando, soprattutto il tasto grazie al quale quel mondo esce dal nostro.
DS17 15 giugno 2008- Ormai è tutto fissato: il giallo dell’estate sarà posticipato nel nostro personale palinsesto di qualche settimana per consentire ai media di dedicarsi agli Europei di Calcio e all’attività pseudo-giornalistica preferita ovvero quella di creare nuove ansie nella nostra società sempre più liquida.
L’esordio azzurro ad Euro 2008 è stato di quelli certamente da dimenticare. Meno male che anche la nostra Nazionale, come tutte le altre del resto, ha un Commissario Tecnico con il quale prendersela e che l’arbitro ha convalidato un goal olandese non valido altrimenti avremmo dovuto prendere atto che i ragazzi di Germania 2006 invecchiati di un paio d’anni non sono più gli stessi e che un motivo, oltre ad una moda del tutto incomprensibile, ci sarà se abbiamo nelle nostre squadre di club sempre più calciatori stranieri.
La cosa più sconvolgente, però, delle partite della Nazionale non sono tanto le prestazioni pedatorie dei nostri paladini quanto le telecronache e soprattutto i commenti tecnici di chi anche con i piedi non era poi così raffinato. Ascoltare il pur simpatico Salvatore Bagni è stato più spassoso che sintonizzarsi su Radio2 per seguire le telecronache della Gialappa’s Band.
Del resto siamo assediati dagli zingari, dai rom, dai sinti, dai gitani e da tutti gli altri quindi ci sono cose ben più importanti delle quali occuparsi. Tra loro, è bene che ce lo diciamo, ci sono giocatori che negli scorsi mesi, hanno subito minacce xenofobe e razziste. Basti pensare ai casi di Zlatan Ibrahimovic, Sinisa Mihajlovic o Andrea Pirlo: atleti di classe acclamati dai propri supporter ma con la comune origine zingara che provoca loro non pochi insulti o tentativi di aggressione. Del resto come ci ha spiegato il sociologo britannico di origini polacche Zygmunt Bauman nel suo “Liquid Fear”: un percorso di ricerca intorno ai temi della sicurezza e del controllo sociale. “Una società può essere definita “liquido-moderna” – ha scritto Bauman – se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure”. Lo sguardo si concentra, in particolare, sulle connessioni fra bisogno della sicurezza ed elaborazione della paura. Ne emerge la descrizione di una profezia che si autoadempie: la costruzione sociale del bisogno di sicurezza fa sì che il mondo appaia più infido e pauroso, e ispira ulteriori azioni di difesa, le quali, a loro volta, produrranno lo stesso effetto. Le paure sono così in grado di autoconservarsi e autoalimentarsi. Hanno una propria forza d’inerzia. In buona sostanza più ci viene detto che dobbiamo avere paura e più paura avremo producendoci in comportamenti violenti che realmente creeranno un clima preoccupante nella nostra società che, essendo liquida, non è in grado di proporre argini a se stessa ed alla propria preoccupante deriva.
Succede così che in una prestigiosa clinica privata di Milano degli italianissimi luminari in una struttura d'élite e non precaria come purtroppo per preconcetto vengono considerate quelle pubbliche ammazzassero i paziente pur di poterli operarli e, quindi, ottenere i risarcimenti dal sistema sanitario nazionale ovvero dalle tasche di ciascuno di noi. Questi luminari pare abbiano operato personale alle quale sarebbe bastata, dico io, una purga per sentirsi meglio complicando, invece ed in maniera fatale, le condizioni delle loro salute. E tutto perché? Per i soldi. In una società liquida, nella quale cioè ciascuno la morale se la fa come gli pare, può ben scegliere che la propria è quella di fare soldi a dispetto di tutto.
Anche uno strumento di diffusione delle notizie, che so un giornale piuttosto che un notiziario TV, può decidere per lo stesso motivo che la propria morale gli consenta di creare paure sempre crescenti nella popolazione tanto da far chiedere a numerosi sindaci la possibilità di armare sino ai denti e dotare di camere di sicurezza i propri vigili urbani creandosi, così, una Polizia alle dirette ed esclusive dipendenze di una sola persona.
Un po’ inquietante come scenario, mi sia consentito. La società è costituita, in questa nostra epoca post moderna, esclusivamente dall’effetto che producono i comportamenti di ciascuno. Ma se i comportamenti di ciascuno sono il solo frutto di scelte individuali che non tengono conto del contesto nel quale si inseriscono questi producono una non – società. Solo se “l’io” si apre verso gli altri ed assieme a loro costruisce regole e strumenti del vivere si crea una società che ha gambe e cuore e testa per andare avanti, altrimenti ci chiudere sempre più nell’individualismo, nella diffidenza, nella atavica pretesa di autosufficienza che ci rende pericolanti, soli, spaventati e, quindi, violenti.
DS26 del 21 dicembre 2008 - “Caro Babbo Natale fai trovare un nuovo lavoro a mamma e papà.”
Questa la richiesta vera di un ragazzino spedita per posta al Polo Nord. I suoi genitori erano impiegati, entrambi, al Linificio Nazionale di Fossalta di Portogruaro e come un altro centinaio di persone hanno perso il posto di lavoro. Crisi? Macchè semplice decisione di delocalizzare, in Italia ed all’estero, le produzioni. Risultato? Tutti a casa. Sarà un Natale freddo, molto freddo. I disoccupati nel nostro territorio provinciale stanno crescendo a dismisura. Alcuni di loro hanno un’età che è difficilmente spendibile nel mercato del lavoro. La FED (la FED ovvero la Federal Riserve è la banca centrale USA, N.d.R.) ha annullato, di fatto, i tassi di interesse in modo che i debiti siano, sostanzialmente, portati al netto di quanto ottenuto ed ha spinto sui consumi e sull’export. Da noi, invece, si fa la social card grazie alla quale alcuni, dopo essersi mortificati per certificare in ben tre code diverse la propria povertà, avranno qualche decina di euro di sconto sulla spesa. Cose che succedono qui da noi. In un paese nel quale dignità, impegno e memoria sono termini privi di senso.
A noi interessa che Marco Borriello sia ancora innamorato di Belen, ma la lasci comunque perché di far la parte del cornuto non ne vuole sapere. Ci interessa che Bobo Vieri abbia avuto sintomi da depressione perché pedinato dal proprio datore di lavoro, l’Inter, che non si spiegava come mai il ragazzo, che spergiurava di condurre una vita da atleta, fosse sulle foto appese in tutte le discoteche italiane e in allenamento palesasse occhiaie sempre più profonde e, per dirla alla Brera, lombi molli. Ci interessa la classifica delle soubrette peggio vestite o dove andranno i VIP a Natale e Capodanno. Loredana Lecciso sarà o meno a Cellino San Marco per passare le feste con Al Bano? Questo è un bel dilemma di questi giorni. Quali ragazzi accederanno al serale di Amici? Anche questo un interrogativo di tutto rispetto… “Ora quello che voglio sono i Fatti. A questi ragazzi e ragazze insegnate soltanto Fatti. Solo i Fatti servono nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo con i fatti si plasma la mente di un animale dotato di ragione; nient'altro gli tornerà mai utile. Con questo principio educo i miei figli e con questo principio educo questi ragazzi. Attenetevi ai Fatti, signore!” Il tagliente sarcasmo di Dickens mette alla berlina, in Tempi Difficili, la filosofia utilitaristica dell’Inghilterra Vittoriana secondo la quale lo scopo della vita è soltanto quello di perseguire il proprio tornaconto e benessere.
In questi giorni mi tornano in mente le parole di Don Lorenzo Milani scritte nella sua “Lettera ad una Professoressa”. Parlava, tra gli altri, di Gianni che avrebbe dovuto ripetere il programma di prima media per la terza volta alla ricerca di “un’arida perfezione” e che invece venne preparato al Mondo a Barbiana studiando la geografia internazionale, i conflitti mondiali, la Costituzione e leggendo il giornale. La sua colpa, secondo gli insegnati che continuavano a respingerlo, era quella di esprimersi male come la propria gente, la propria famiglia, i genitori analfabeti. Di esprimersi diversamente dal figlio del dottore che, invece, parlava come gli insegnanti. Quanto diversa la scuola di Dickens da quella di Don Milani. Ed oggi, a pochi giorni da Natale, vogliamo chiederci se quel divario tra il figlio del dottore e Gianni, che come il padre diceva “aradio”, non sia la diversità stessa che c’è tra chi ha e chi non ha, tra chi le cose le ottiene e chi le possiede per “discendenza”, tra chi intravede i presupposti di un nuova lotta di classe tra coloro i quali devono guadagnarsi tutto, compresi i propri diritti, e quelli che invece riescono utilizzando mezzucci e sotterfugi volutamente non visti.
Siamo a Natale ed il bambino nella mangiatoia, sia per chi ci crede che per chi non se ne vuole occupare, è Gianni di Barbiana, la famiglia licenziata dal Linificio di Portogruaro, l’operaio di Porto Marghera che non sa se il proprio posto di lavoro ci ancora sarà dopo le vacanze, gli anziani costretti a dimostrare le proprie povertà per avere la social card, è tutti quelli che di fronte a queste cose si interrogano e non si rassegnano. Non certamente Belen Rodriguez, il tronista di turno, Loredana Lecciso e Alba Parietti o il paparazzo Fabrizio Corona che si mette all’asta su internet… Buon Natale
DS25 del 7 dicembre 2008 - Continuo a sostenerlo: è bello vivere in un Paese di “non notizie”.
Cristiano Ronaldo ha vinto il Pallone d’Oro, e si sapeva; la difesa del Milan fa acqua e si sapeva anche questo; Federica Pellegrini è stressata e lo si poteva pure immaginare; Giovanna Volpato dopo il lungo infortunio è tornata vincere una maratona e non ne avevamo dubbi; il Presidente del Consiglio attacca i giornali e anche su questo c’era da scommetterci; è esplosa “ricettopoli” e tornano in mente i pouf pieni di soldi di Poggiolini; Facebook ha sempre più iscritti e non c’è da stupirsi; le bollette di luce, acqua e gas non scenderanno nonostante lo stato di crisi nel quale versano le famiglie italiane e anche su questo c’era da metterci la mano sul fuoco.
Non succede nulla di nuovo ed il 25 dicembre, ormai alle porte, nonostante tutto sarà ancora Natale. Nonostante tutto perché forse un qualche interrogativo sarebbe pure giusto porselo.
Il nostro Paese sta affrontando una crisi di dimensioni colossali. Se fino a qualche anno fa si parlava di quarta settimana, per intendere il periodo del mese nel quale i soldi della busta paga erano già finiti, oggi siamo a disquisire sulla seconda.
Luci ed addobbi ancora pochi ed i negozi sono desolatamente prossimi alla serrata e cercano di “tirarsi su una costa” anticipando il periodo dei saldi addirittura di un mese. I supermercati hanno cominciato a proporre le confezioni maxi: tipo trenta petti di pollo al prezzo di venti. C’è una forte dose di preoccupazione ed una grande tristezza. Secondo uno studio realizzato da uno dei maggiori sindacati italiani sono in procinto di scomparire più o meno novecentomila posti di lavoro. Ma qualcuno, allora, vuole dirmi perché se devo mangiare una pizza sono costretto a prenotare altrimenti rischio di non trovare posto? Misteri di questo Paese tanto pazzo da non fare la spesa, ma da non saper rinunciare all’ultimo modello di telefonino.
Intanto, proprio quando pensavamo di poter avere un po’ di tregua visto che “L’Isola dei Famosi” e “La Talpa” hanno smesso di invadere i nostri pensieri, impazzano i preparativi per San Remo: il festival italico del bel canto sarà condotto da Paolo Bonolis, avrà la regia occulta di Pippo Baudo e conta di attrarre, almeno queste sono le prime dichiarazioni, il pubblico con gli ospiti internazionali più che con le canzoni. Anche questa una bella novità.
L’Eurispese, intanto, ci comunica, che il gioco, inteso come il lotto ed affini, rappresenta per fatturato la terza “industria” italiana dopo Eni e Fiat: tanto per dire come siamo ridotti.
Il Natale 2008 si preannuncia una festa al risparmio per le famiglie italiane, che chiedono di anticipare la tradizionale stagione dei saldi. È quanto emerge da una prima indagine sulle prossime festività invernali, realizzata dal Codacons, associazione di consumatori: l'89% dei consumatori italiani desidera anticipare i saldi prima delle feste per non dilapidare tutta la tredicesima. Le previsioni sui consumi parlano chiaro: alimentari -5%, addobbi per la casa -25%, regali vari -20%, giocattoli -10%. Secondo il Codacons, insomma, i rincari di quest'anno su bollette e generi di prima necessità influiranno inevitabilmente sulle scelte di acquisto delle famiglie che prevedono di non spendere più di 200 euro pro-capite. Anche questa diffusa dal Codacons, per quanto allarmante, è sostanzialmente una non notizia visto che chi va a fare la spesa, almeno una volta la settimana, sa perfettamente quanto l’inflazione i questo ultimo anno abbia fatto lievitare i prezzi nonostante i dati poco credibili di chi vuole farci credere che i costi siano in calo.
È Natale anche quest’anno, certo, ma farà più freddo del solito e di coperte se ne vedono ben poche in arrivo: anche questa, consentitemelo, una cattiva “non notizia”.
DS21 del 12 ottobre 2008 - “Luciano Moggi è stato rinviato a giudizio per Calciopoli.” Quale sia la notizia in questo titolo qualsiasi di giornale comparso nei giorni scorsi è tutto da dimostrare.
Per noi cinici, e per l’appunto impertinenti, che Moggi sia indagato per le vicende legate alla corruzione nel mondo del calcio poco ci stupisce visto che lo si sapeva da sempre come da sempre si sa che lui rappresenta solo la punta dell’iceberg di un mondo ormai del tutto virtuale e nel quale, proprio come purtroppo accade anche nella vita reale, l’apparire vincenti, a dispetto di tutti, conta molto più che esserlo.
Tale Giuseppe Lago di professione tronista dopo pochi giorni di “Isola dei Famosi” non è più riuscito a sostenere le terribili prove fisiche al quale sono sottoposti i naufragi televisivi e se è ritornato, ricco di spocchia e di gel, nei salotti televisivi di mezza Italia. Anche qui non si capisce bene quale debba essere la notizia shock visto che si vedeva lontano chilometri che il fisico palestrato era solo apparenza, mentre la sostanza era ben diversa.
A Napoli sono ripresi gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti. Obiettivo dei facinorosi impedire l’apertura delle discariche essenziale perché il capoluogo Partenopeo si sta riempiendo nuovamente di rifiuti. Pure in questo caso mi sfugge quale sia la notizia: aver messo la polvere sotto il tappeto non significa aver fatto le pulizie e per quanto tu possa dire in giro di aver compiuto il miracolo di mirabilie reali da oltre 2000 anni a questa parte nei nostri paraggi poche se sono viste più.
Una signora di origini somale ha denunciato di essere stata maltrattata dalla polizia di frontiera all’aeroporto di Roma. Vero o meno che sia il fatto è strano che si apra subito un’inchiesta con tanto di registro degli indagati e tre capi di imputazione. A favore della signora, quindi? No dei presunti aggressori.
Questa si che è una notizia come il proverbiale padrone che morde il cane.
Sempre a Roma un branco di ragazzini annoiati hanno pestato, ed anche con una certa determinazione, un cinese. Del resto si sa: nella Capitale le mode arrivano prima. Nella sonnacchiosa provincia, per dire a Parma, continuano a menare ragazzi dall’incarnato scuro, ai gialli ancora non ci sono arrivati.
Aspetto con trepidazione di sapere cosa faranno a Milano che mai e poi mai vuole essere da meno dei “cugini” di Roma.
Ovviamente il must del must è il pestaggio interrazziale filmato con cellulare di ultima generazione e riversato sul web.
Il punto vero è che non è mai colpa di nessuno e gli episodi si ripetono quasi all’infinito tanto da non essere più notizie, ma solo piccole questioni buone per un titolo sui giornali che, come una triste farfalla, dura un giorno solo.
Anche i personaggi che ci propone il nostro sistema dell’informazione sono tutti degli impuniti, dei testimonial che, in fin dei conti, tutto si può fare.
Ed in un contesto del genere, perché non si dovrebbe?
DS20 del 28 settembre 2008 - Un giovane di ventidue anni nella pacifica Finlandia ha pensato bene di uccide, prima di suicidarsi, dieci sui coetanei anticipando, in un certo senso, il tutto con un filmato a favore di milioni di morbosi navigatori di Internet. A Roma, qualche giorno fa, dopo la messa in onda del film “Il Codice Da Vinci” un venticinquenne ha scatenato la propria violenza contro un prete ed alcune altre persone. In questi due episodi sciagurati c’è almeno un minimo comune denominatore oltre alla follia che li ha concepiti e dalla quale sono stati partoriti: l’immagine, l’apparire, il film.
Il killer finlandese aveva diffuso, infatti, un filmato su internet nei giorni precedenti la sua “giornata di ordinaria follia”: armato di pistola mimava una minaccia alla telecamera, pronunciava la frase “tu sarai il prossimo” e esplodeva un colpo contro l’obiettivo come se, per una strana soggettiva, sparasse contro il suo interlocutore, contro la persona che aveva di fronte.
Molti chilometri più in a Sud, a Roma, un altro giovane si è talmente appassionato al film tratto dal best seller di Dan Brown, “Il Codice Da Vinci”, che ha pensato bene di uscire in strada ed accanirsi contro un prete colpevole, a suo dire, di tutte le nefandezze fanta - religiose ed assolutamente non reali dal punto di vista storico commesse dalla Chiesa nel thriller – polpettone televisivo.
Apparire su internet e lasciarsi ispirare, condizionare, plagiare dalla televisione: converrete che, con ogni probabilità, c’è qualcosa che proprio non funziona.
Il paradigma si sta del tutto rovesciando e nel giro, per altro, di pochissimo tempo. Era solo il 2002 che il regista americano Michael Moore, quello di Fahrenheit 9/11 diventava famoso al grande pubblico con il film documentario “Bowling for Colombine” nel quale lanciava la propria invettiva contro la lobby americana dei costruttori di armi che pur di arricchirsi riusciva a far emanare leggi particolarmente elastiche di modo da consentire a tutti, anche agli studenti, il possesso di una pistola o di un fucile.
Adesso lo studente finlandese ha percorso la strada inversa: non è stato raccontato dalla televisione, dall’immagine, ma l’ha creata lui stesso, annunciata, come si fa con le conferenze stampa quando si vuole dire che si è in procinto di compiere un’azione, e posta in essere.
Il giovane romano, invece, ha deciso di credere: di credere alla finzione televisiva e di rompere la barriera costituita dallo schermo dell’apparecchio domestico portando in qua quella fantastica avventura, deciso a viverla come il protagonista.
Ovviamente non sono due episodi di vita normale, siamo al cospetto di disturbi e devianze serie anche se, lo insegnano i bulli che si filmano mentre compiono le loro barbarie, la linea di confine tra quello che si può e quello che non si deve si è rotta.
Il percorso, ormai, è inverso: prima si faceva una fotografia o un video per ricordare un momento, adesso si costituisce un’occasione per poter fare un filmato e compiacersene mettendolo a disposizione di tutti.
Sono passati solo due mesi dal suicidio di una ragazzina di Adria colpevole di aver fatto l’amore con il proprio ragazzo, di non essersi accorta che questo l’aveva fotografata nuda e di averlo lasciato per un qualsiasi motivo di quelli che tra adolescenti sono all’ordine del giorno.
Bene: quelle fotografie delle quali lei ignorava l’esistenza sono passata di cellulare in cellulare, di mail in mail sino a rendere la vita impossibile per questa ragazzina non più bambina ma solo ad un passo dal divenire donna, dipinta dalla comunità come una poco di buona, come una che diffonde le proprie foto osé se non addirittura pornografiche.
Arrivati a questa situazione siamo sicuri che sia stata una buona idea utilizzare le immagini degli scontri tra ultras e polizia dello scorso 30 agosto per uno spot contro la violenza negli stadi?
Non è che il Ministero dell’Interno, involontariamente, abbia reso un gran servizio a questi imbecilli che adesso di vedono anche per televisione?
Una ventina di anni addietro si diceva che l’edonismo spinto di quel periodo avesse trasformato la scala dei valori di ciascuno ponendo al primo piano l’apparire a discapito dell’essere.
Oggi forse la situazione è ulteriormente degenerata perché si è soltanto per apparire e nessuno accetta di “non essere”, di non esistere.
Internet e cellulari con fotocamere e videocamere hanno fatto il resto e la massima aspirazione di qualcuno è diventata quella di poter vantare la potestà sul video “più scaricato della settimana”.
Forse è il caso di pensarci un po’ su.
DS19 del 7 settembre 2008 - Grande Cannavaro!!!
Quanto sarà costato allo spocchioso Blatter consegnare, sebbene con due anni di ritardo la Coppa del Mondo alla Nazionale Italiana di Calcio?!Il capitano delle selezione azzurra dimostrandosi certamente il campione, in campo e fuori, che è ha incastrato il plenipotenziario del calcio mondiale e lo ha costretto ad una cerimonia improvvisata ma molto significativa.
Un colpo da fuoriclasse quello del difensore napoletano che ci ripaga dell’umiliazione subita nel luglio del 2006 a Berlino quando, Campioni del Mondo, subimmo l’onta di non ricevere dalle mani del numero uno del calcio mondiale la nostra coppa, quella che ci eravamo guadagnati con il sudore e l’abilità.
Blatter non ha potuto fare di meglio che abbozzare e, con la sua faccia che ricorda in maniera pericolosa una caricatura di Topo Gigio, consegnare al capitano il trofeo.
Scherzi del calcio come quelli commessi, alla prima giornata e dico alla prima, da un gruppo di delinquenti che hanno pensato bene di rovinare immediatamente il campionato.
Scena da guerriglia urbana che si potrebbero ripetere in qualsiasi circostanza perché l’obiettivo non è assolutamente sportivo, ma esclusivamente vandalico: sfogare una frustrazione, un’impotenza emotiva e fisica contro oggetti e persone.
Lasciamo perdere le dichiarazioni di quel presidente di società che, evidentemente male informato, riduceva a ruolo di ragazzate i feroci scontri innescati dai supporter della sua squadra. Oppure dovremmo considerare anche quella infelice uscita e chiederci se dietro c’è dell’altro?
A Napoli l’emergenza rifiuti si è costituita, tra le altre cose, perché la Camorra non voleva discariche ed inceneritori. Oggi la mondezza è stata spostata altrove, ma quegli impianti sono ancora chiusi. Chi comanda quindi? I cittadini, lo Stato, la malavita organizzata?
Ed il presidente della squadra di calcio, che conosce bene le dinamiche che animano la propria tifoseria, può, a cuor leggero, strappare con questi signori? Relegarli al giusto ruolo di delinquenti? O teme di non poter più tornare a casa sereno la sera?
Domande che, con ogni probabilità, non troveranno risposta e trascineremo ancora per mille e mille anni in questo Paese che un giorno si indigna ed il giorno dopo gira la faccia per non dover prendere atto che il problema esiste ancora.
Il calcio, c’è poco da dire, è proprio lo specchio della nostra società ed è proprio per questo che chi lo ama non accetta discussioni così come chi lo detesta.
Ciò che manca è proprio la diffusione di sistema di valori comune nel quale ciascuno si possa riconoscere e che tutti sentano come proprio e, quindi, da sostenere.
Del resto viviamo di spot, siamo la fast food generation, si consuma, si digerisce e si dimentica troppo in fretta. Basti pensare alle fobie indotte: prima i marocchini, poi gli albanesi, poi i cinesi, oggi gli zingari.
Ma mentre erigiamo barriere, o scaviamo fossi contro i rom cosa ne è stato delle nostre altre paure? Anche quelle dimenticate perché c’è quella del giorno, la moda del momento, il prodotto da consumare oggi.
Continuiamo ad indicare la luna ed a guardare il nostro dito: peggio di così…..
Almeno la Nazionale giocasse sabato con il lutto al braccio come segno di un campionato funestato, almeno nelle proprie battute iniziali, sarebbe un segno di forza.
DS18 27 luglio 2008 - “C'è chi rischia la vita per vincere la corsetta ciclistica amatoriale alla sagra del prosciutto, siringandosi da sé. C'è chi riduce i propri testicoli a noccioline rinsecchite pur di gonfiarsi i bicipiti di un altro paio di centimetri. C'è chi va incontro al cancro, alla leucemia, alla trombosi, all'impotenza pur di arrivare al traguardo della maratona di paese prima dell'amico rivale. Sono i pazzoidi del doping della domenica, in Italia almeno mezzo milione di sportivi truccati e senza controllo, vittime del mito della vittoria anche quando la vittoria non vale niente, solo l'orgoglio di arrivare davanti, o di specchiarsi e vedere muscoli lucidi e turgidi da culturista. Sono i "dopati fai da te", cioè il vero motore di un'industria parallela a quella della droga, nelle mani della criminalità organizzata, che fattura due miliardi di euro all'anno e che nel 2007 ha visto commerciare Epo per oltre 200 milioni.”
Lo ha scritto Maurizio Crosetti come incipit di una interessantissima inchiesta pubblicata sul quotidiano “La Repubblica” martedì scorso.
Il buon Crosetti, in un certo senso, mi ha fregato il tratto perché dopo lo scandalo doping che ha coinvolto il corridore italiano Riccò al Tour de France l’impertinente di questo folle, anche dal punto di vista climatico, luglio voleva proprio essere su questo fenomeno sportivamente imbarazzante e socialmente drammatico.
Quello che maggiormente mi spaventa, al di là di Riccò o del ciclista della domenica o del fanatico impotente che ammira i propri muscoli illegalmente gonfiati allo specchio di una palestra che puzza di sudore e anfetamine, è il doping che soprattutto i giovanissimi decidono di assumere per essere dei vincenti.
Perché i “dopati della domenica” non sono soltanto gli sportivi.
Il Redentore di Venezia, festa storica e di grande suggestione, ha lasciato alle proprie spalle un dramma decisamente evitabile: la morte di una sedicenne di Rovigo che partecipando ad un rave party, una festa clandestina che può durare anche diverse decine di ore di fila, ha ceduto alla tentazione di “tenersi su” con delle pastiglie di MdMa una nuova e potentissima droga sintetica decisamente in voga a questo tipo di eventi. Come si possa non sapere di una festa del genere organizzata via internet facendo rimbalzare la notizia – invito su di un sito tedesco è un mistero.
Anche il buon Mark Juliano, ex difensore Juventino, se la sta passando brutta: per lui l’accusa è quella di uso di cocaina. Chi con la droga non c’entra, ma in un certo sembra aver fatto uso di doping è Giorgio Chinaglia. L’ex attaccante bianco-azzurro è attualmente latitante negli Stati Uniti, dove chiuse la sua carriera di atleta, perché accusato di aver tentato l’acquisto della Lazio per nome e per conto della Famiglia Casalesi affiliata alla Camorra che aveva individuato nella società di calcio capitolina il modo migliore per riciclare una enorme quantità di denaro sporco. Chinaglia, stando all’accusa, serviva da testa d’ariete per convincere la tifoseria, scontenta della presidenza di Claudio Lotito, a premere per la cessione della società proprio all’ex bandiera.
Intanto in Italia è arrivato Ronaldinho e solo la sua comparizione ha ammansito i furibondi tifosi Rossoneri che avevano anche organizzato una petizione online perché la proprietà vendesse la società.
Il “doping Ronaldinho” ha fruttato, in pochissimi giorni, un aumento degli abbonamenti allo stadio pari a diverse migliaia di tessere: un doping, questo, che non fa assolutamente male soprattutto alle casse sociali.
Di doping che, invece, di male ne fa e molto ne hanno parlato alcune settimane orsono i giornali locali. Ottanta persone, infatti, sono state sottoposte a indagini nell'inchiesta della Procura della Repubblica di Padova sulla diffusione di sostanze dopanti nelle province di Padova e Treviso: stiamo parlando, è bene precisarlo, di sport dilettantistico spesso giovanile. Ma per essere vincenti bisogna per forza drogarsi o inseguire situazioni che, in un certo senso, alterino lo stato dei fatti, mascherino le specifiche debolezze? Sembra proprio di si. In questo mondo sempre a caccia di nuovi miti da bruciare anche il ragazzino, il Pinco Pallino qualsiasi, vuole sentirsi una celebrità, una Velina, un Tronista, un idolo da Realty Show se non a livello mediatico almeno nel proprio limitato ambiente ed in virtù di questo desiderio si è disposti a tutto persino ad alterare la percezione che si ha di se stessi perché, per quanto ci si sforzi, ci si continua a vedere, purtroppo per chi lo trova un limite, soltanto delle persone normali.
Una normalità, in nome della quale, sarebbe tempo si stringesse un patto e si cominciasse a considerarla un valore e non una condanna.
Il primo passo lo può fare il sistema mass-mediologico, in primo luogo la televisione, modificando profondamente i modelli che impone, oppure noi usando il telecomando, soprattutto il tasto grazie al quale quel mondo esce dal nostro.
DS17 15 giugno 2008- Ormai è tutto fissato: il giallo dell’estate sarà posticipato nel nostro personale palinsesto di qualche settimana per consentire ai media di dedicarsi agli Europei di Calcio e all’attività pseudo-giornalistica preferita ovvero quella di creare nuove ansie nella nostra società sempre più liquida.
L’esordio azzurro ad Euro 2008 è stato di quelli certamente da dimenticare. Meno male che anche la nostra Nazionale, come tutte le altre del resto, ha un Commissario Tecnico con il quale prendersela e che l’arbitro ha convalidato un goal olandese non valido altrimenti avremmo dovuto prendere atto che i ragazzi di Germania 2006 invecchiati di un paio d’anni non sono più gli stessi e che un motivo, oltre ad una moda del tutto incomprensibile, ci sarà se abbiamo nelle nostre squadre di club sempre più calciatori stranieri.
La cosa più sconvolgente, però, delle partite della Nazionale non sono tanto le prestazioni pedatorie dei nostri paladini quanto le telecronache e soprattutto i commenti tecnici di chi anche con i piedi non era poi così raffinato. Ascoltare il pur simpatico Salvatore Bagni è stato più spassoso che sintonizzarsi su Radio2 per seguire le telecronache della Gialappa’s Band.
Del resto siamo assediati dagli zingari, dai rom, dai sinti, dai gitani e da tutti gli altri quindi ci sono cose ben più importanti delle quali occuparsi. Tra loro, è bene che ce lo diciamo, ci sono giocatori che negli scorsi mesi, hanno subito minacce xenofobe e razziste. Basti pensare ai casi di Zlatan Ibrahimovic, Sinisa Mihajlovic o Andrea Pirlo: atleti di classe acclamati dai propri supporter ma con la comune origine zingara che provoca loro non pochi insulti o tentativi di aggressione. Del resto come ci ha spiegato il sociologo britannico di origini polacche Zygmunt Bauman nel suo “Liquid Fear”: un percorso di ricerca intorno ai temi della sicurezza e del controllo sociale. “Una società può essere definita “liquido-moderna” – ha scritto Bauman – se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure”. Lo sguardo si concentra, in particolare, sulle connessioni fra bisogno della sicurezza ed elaborazione della paura. Ne emerge la descrizione di una profezia che si autoadempie: la costruzione sociale del bisogno di sicurezza fa sì che il mondo appaia più infido e pauroso, e ispira ulteriori azioni di difesa, le quali, a loro volta, produrranno lo stesso effetto. Le paure sono così in grado di autoconservarsi e autoalimentarsi. Hanno una propria forza d’inerzia. In buona sostanza più ci viene detto che dobbiamo avere paura e più paura avremo producendoci in comportamenti violenti che realmente creeranno un clima preoccupante nella nostra società che, essendo liquida, non è in grado di proporre argini a se stessa ed alla propria preoccupante deriva.
Succede così che in una prestigiosa clinica privata di Milano degli italianissimi luminari in una struttura d'élite e non precaria come purtroppo per preconcetto vengono considerate quelle pubbliche ammazzassero i paziente pur di poterli operarli e, quindi, ottenere i risarcimenti dal sistema sanitario nazionale ovvero dalle tasche di ciascuno di noi. Questi luminari pare abbiano operato personale alle quale sarebbe bastata, dico io, una purga per sentirsi meglio complicando, invece ed in maniera fatale, le condizioni delle loro salute. E tutto perché? Per i soldi. In una società liquida, nella quale cioè ciascuno la morale se la fa come gli pare, può ben scegliere che la propria è quella di fare soldi a dispetto di tutto.
Anche uno strumento di diffusione delle notizie, che so un giornale piuttosto che un notiziario TV, può decidere per lo stesso motivo che la propria morale gli consenta di creare paure sempre crescenti nella popolazione tanto da far chiedere a numerosi sindaci la possibilità di armare sino ai denti e dotare di camere di sicurezza i propri vigili urbani creandosi, così, una Polizia alle dirette ed esclusive dipendenze di una sola persona.
Un po’ inquietante come scenario, mi sia consentito. La società è costituita, in questa nostra epoca post moderna, esclusivamente dall’effetto che producono i comportamenti di ciascuno. Ma se i comportamenti di ciascuno sono il solo frutto di scelte individuali che non tengono conto del contesto nel quale si inseriscono questi producono una non – società. Solo se “l’io” si apre verso gli altri ed assieme a loro costruisce regole e strumenti del vivere si crea una società che ha gambe e cuore e testa per andare avanti, altrimenti ci chiudere sempre più nell’individualismo, nella diffidenza, nella atavica pretesa di autosufficienza che ci rende pericolanti, soli, spaventati e, quindi, violenti.
DS16 18 maggio 2008 - Un’estate al mare cantava la compianta Giuni Russo con quella sua voce assolutamente particolare ed unica. La musa di Battiato raccontava di una dimensione quasi fumettistica, quella del boom post bellico protrattosi, nel nostro Paese, sino alla fine degli anni ’60.
Cantava di un’Italia sorridente e solare, ricca di speranze, nella quale l’estate non accadeva proprio nulla, solo qualche formazione di governo balneare, le grandi fabbriche erano chiuse e chi poteva permetterselo, ed in quel momento erano in molti a pensare di poterlo fare, prendeva famiglia, ombrellone, ciambella salvagente caricava tutto sulla propria utilitaria e si godeva la propria meritata villeggiatura. Soffermiamoci su questo aspetto della canzone e non sull’impietoso contrasto che la Russo ha voluto creare con la condizione delle prostitute, le schiave del sesso, che affollavano i cavalcavia delle strade per le vacanze.
Oggi il rimpianto per l’epoca del boom è decisamente crescente in questo nostro Paese nel quale la concordia e la responsabilità sociali appaiono sempre più come un miraggio.
Ma cosa è successo agli italiani? A forza di copiare i modelli imposti dalla televisione si stanno trasformando o è solo un momento?
Come è possibile che a Verona ci si pesti, sino alla morte, per strada?
E che a Caltanissetta tre minorenni ammazzino, brucino e gettino in un pozzo una ragazzina di 14 anni?
E come è possibile che si viva sempre una profonda cultura del sospetto?
Come è possibile che i giovani non si divertano più e che gli anziani brontolino sempre di essere stati abbandonati?
Come è possibile che ci sia chi, nel nostro Paese, decida di farla finita perché si sento solo e inutile?
Come è possibile che della canzone si sia preferito l’aspetto disumano delle prostitute a quello gioioso delle vacanze in famiglia?
Tutto è portato all’esasperazione, ma chi gioca con i toni non considera che la propria influenza comporta, per gli altri delle conseguenze.
Rendere tutto banale o, a parole, motivo di scontro sanguinario crea delle voragini nella nostra società nella quale in molti cadono.
Guardare la televisione e pensare di poter incontrare l’amore della propria vita corteggiando un tronista o di diventare famoso dicendo parolacce o, ancora, di fare i soldi spogliandosi a pagamento su internet non è un bel pensare.
Concepire questo tipo di idea significa cedere al contagio del qualunquismo, dell’antimerito, della scorciatoia, della raccomandazione, del compromesso al ribasso, della negazione, di fondo, di quello che si è per diventare quello che si fa.
Tu non sei più Tizio al quale piacciono queste cose eccetera eccetera; tu sei “Tizio del Grande Fratello”, “Caio di Uomini e Donne”, “Sempronio di www.guardacomesonoridotto.qualcosa”.
E poi ci risiamo con chi si comporta da anticonvenzionale e finisce per divenire il più populista e qualunquista; leggasi alla voce Travaglio e Grillo tanto per fare due nomi al centro, in queste settimane, di feroci polemiche.
Perché a furia di dire che fa tutto schifo poi succede che diventa veramente così: una profezia che si autoavvera, mi spiegava il mio professore di economia, è una predizione che, nel venire fatta, fa si che diventi vera.
Questa estate, dal 7 al 29 giugno, ci sono gli Europei di Calcio e dall’8 al 24 agosto le Olimpiadi di Pechino, regime e terremoti permettendo.
Mi sento, però, di dare un consiglio a questa nostra Italia: prendiamola alla Giuni Russo ed andiamo al mare; carichiamo la nostra bella macchinetta, recuperiamo gli amici, la famiglia, la persona del cuore e freghiamocene, almeno per un po’, della televisione, delle polemiche, delle stupidaggini che vogliono farci credere, delle profezie che si autoavverano e di tutto coloro i quali cercano, e purtroppo spesso riescono, di farci credere che l’altro sia solo il competitor, il nemico, l’avversario e che tutto, compresa la vita, non ha significato e valore.
“Quest'estate ce ne andremo al mare
con la voglia pazza di remare
fare un po' di bagni al largo
e vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni”
DS15 29 aprile 2008 - “Ma guarda te! Ma dove siamo finiti? E noi a fare di tutto per far comprendere come la nostra società dovrebbe essere più giusta e moderna! E noi ad auspicare che i personaggi pubblici possano rappresentare un esempio! E noi che cerchiamo, nel nostro piccolo, di dire ai più giovani, ai cittadini di domani, che i modelli proposti spesso non sono quelli giusti.
Luciano Moggi, che non si sa a quale titolo blateri a pagamento su molte televisioni e attraverso molti giornali, ne ha combinata un’altra delle sue. È di pochi giorni addietro la dichiarazione bomba rilasciata a non so quale emittente disperata ed in cerca di scandaletti da share: “non esistono omosessuali nel mondo del calcio perché sarebbero dannosi!” Come dire: c’è una selezione a monte dei giovani talenti che quanto vengono selezionati dalle squadre devono superare, oltre al provino sul campo di calcio, anche quello in camera da letto. Incredibile che nel terzo millennio un personaggio pubblico sia tale perché oltre ad essere un acclarato imbroglione dica stupidaggini. Incredibile che nel terzo millennio ci sia ancora chi ha una visione perversa ed oscurantista dell’omosessualità. L’immagine evocata da Moggi è quella del giocatore gay che in spogliatoio ed in doccia spia le pubenda dei compagni di squadra e che dall’armadietto dopo la partita e la suddetta abluzione collettiva con tanto di occhiatine, anziché tirare fuori i jeans, estrae un bel paio di calze a rete autoreggenti! Siamo alla frutta!
E chissà quante risatine si sono fatti coloro i quali a questa visione, per oggettivi limiti, si associano.
Karim, altro idolo giovanile, che di professione fa il tronista ha dato un bello spettacolo negli scorsi giorni. Premessa: il tronista è il lavoro di coloro i quali si siedono su di un seggiolone televisivo e danno vita ad uno spettacolo, che dura mesi, durante il quale “provano” una serie di ragazze che si prestano al giochino sino a quando non trovano quella che gli fa battere maggiormente quel loro cuore coperto da un bel paio di chili di pettorali. Il belloccio Karim, come detto, nelle vita fa questo, o meglio, lo ha fatto. Da quel giorno è famoso, assunto da alcuni come esempio e pagato da altri per blaterare di qualsiasi cosa. Costui ha pensato bene di menare un tassista e poi di proseguire la propria serata mettendosi alla guida dello stesso taxi abbandonato dal povero autista datosi alla fuga. Del resto c’è chi può e chi non può. Lui, come dire, è tronista e può anche pensare, se gli va di fare serata, di menare il conducente, farlo scappare ed improvvisarsi novello tassinaro, neanche fosse Alberto Sordi. La cosa più sconvolgente, a mio avviso, è la dichiarazione rilasciata all’indomani del folle gesto la quale testimonia la decadenza di questo tempo: “Ero ubriaco, ho fatto una ragazzata che ha fatto perdere tempo a tutti!” E no caro Karim! Questa non è una ragazzata bisogna dirlo ai ragazzi! Questo è un reato, anzi due: lesioni e tentato furto!
L’allenatore dello Strasburgo, Jean-Marc Furlan ha pensato bene di apostrofare il calciatore Fabio Grosso (nel video le indimenticabili immagini del Mondiale vinto grazie al rigore di Grosso) con degli insulti razzisti durante un match del campionato francese. Il terzino campione del mondo ora gioca nel Lione e si è sentito dare del “Maccherone di M…” dall’allenatore della squadra avversaria. Che scandalo vero? È più o meno quello che succede in molti stadi italiani quando un giocatore di colore entra in azione. Solo che negli stadi sono alcune migliaia di persone ad esibirsi, in quei momenti, nel “verso della scimmia”. Si era detto che le partite nelle quali accadevano episodi del genere dovevano essere vinte a tavolino dalla squadra ospite come penalizzazione ai tifosi di casa protagonisti di questo becerume. Ne se ne è fatto nulla.
Adesso è toccato a noi perché come molti e molti anni addietro anche gli italiani hanno ripreso ad emigrare e giustamente ci scandalizziamo.
Questo tipo di atteggiamenti, questa prepotenza determinata dal fatto che si è ingiustamente ricchi e famosi porta e che porta a minimizzare tutto, sono certamente gravi e come tali devono essere censurarti e puniti, tutti!
DS14 13 aprile 2008 - “Libertà vò cercando, ch’è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta”: lo ricorda Catone l’Uticense a Dante nel Purgatorio. Catone è una figura eccezionale della Divina Commedia dantesca ed è, di fatto, la guida del Poeta, assieme ovviamente a Virgilio, nel Purgatorio.
Ma perché Catone, di elevatissima struttura morale, non è in Paradiso, ma nel regno di mezzo? Questo personaggio, infatti, essendo pagano e suicida, dovrebbe stare fra i grandi spiriti del Limbo nel I cerchio o fra i suicidi nel VII cerchio (quindi nell’inferno), e, inverce, lo troviamo come custode del Purgatorio. Questa scelta, apparentemente strana, può essere spiegata studiando un particolare della vita di Catone: la sua morte avvenuta ad Utica nel 16 a.C.. Egli, infatti, scelse il suicidio piuttosto che rinunciare alla libertà politica che ormai Cesare aveva di fatto sottratto a chi, come lui, era un pompeiano. Ed è proprio “libertà” la parola che ci aiuta a capire perché Catone si trova qui, dove le anime si purificano e trovano la libertà dal peccato. Catone è morto, infatti, per difendere la propria libertà e quindi si trova nel Purgatorio come simbolo della libertà dal peccato che le anime dei pentiti cercano.
E dove mai potremmo collocare i monaci tibetani o quelli birmani che in questi giorni, sfruttando la vetrina mediatica che costituiscono le prossime Olimpiadi cinesi, lottano per la loro libertà? Dagli anni ’50 il Governo di Pechino, che con la propria potenza economica mantiene il regime birmano, ha messo in atto una scientifica azione di repressione dei monaci buddisti tibetani, ultimo baluardo di pensiero libero e spirituale nella Cina materialista e comunista della controrivoluzione.
Nel 1949 il proclama della Repubblica Popolare Cinese di Liberare il Tibet dalla dittatura del Dalai Lama, nel 1950 l’invasione e nel 1951 l’annessione di questo stato alla Cina. Il problema è che i tibetani, dal Dalai Lama e dalla loro religione non volevano essere liberati ed hanno continuato, con picchi di asprezza notevoli, nella loro battaglia per tornare ad essere liberi.
In Birmania, se possibile, è anche peggio. Oggi sono cominciati i corsi di rieducazione politica e morale per i monaci organizzati dal Governo di Pechino: non male che nel 2008 si torni alla ricerca di un pensiero unico!
Sullo sfondo il viaggio della fiamma Olimpica.
I prossimi Giochi saranno certamente anomali.
La memoria corre diritti alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, guarda caso quaranta anni esatti orsono, quando Tommie Smith e John Carlos sollevarono, dal podio, il loro pugno chiuso al cielo e non gioirono per il successo ottenuto, ma fecero conoscere al mondo cosa stava accadendo negli Stati Uniti d’America, testimoniassero come l’integrazione tra bianche e neri fosse ancora di là da venire, urlarono a tutti che esisteva il razzismo nel paese più evoluto del mondo, esisteva la persecuzione, la segregazione razziale.
Quanti Catone, oggi, stanno assaltando il percorso della fiaccola olimpica cinese?
E come è possibile che i Governi Occidentali si stiano accorgendo solo oggi che il Governo di Pechino, il più grande compratore di prodotti altrui del Mondo, ogni giorno da oltre cinquant'anni costringe a vivere nel terrore e a negare la propria identità nazionale e religiosa a milioni di persone?
I Giochi alla Cina non andavano assegnati e basta! Il dibattito sul boicottaggio, oggi, è stucchevole.
Ciascuno di noi oggi è a conoscenza di quanto accade in Birmania ed in Tibet, ma chi era chiamato a compiere delle valutazioni sull’assegnazione dei giochi lo sapeva da dieci lustri abbondanti cosa stava accadendo.
La giustificazione è solo una: la Cina si è aperta all’occidente e con il suo miliardo e trecentomila abitanti è il miglior mercato possibile per delle economie, le nostre, che producono molto di più di quanto siano in grado di consumare.
Il segreto dei Giochi di Pechino è banale ed è solo questo.
C’è voluto un record del Mondo per veder sorridere Federica Pellegrini. E meno male perché altrimenti ci saremmo rassegnati e non avremmo più cercato di capire come mai non si trovi una fotografia nella quale la nuotatrice di Spinea ci mostra tutti i dentoni.
Una Principessa Triste, la Pellegrini che giunta seconda alle Olimpiadi di Atene del 2004 ha avuto il coraggio di non gioire per l’argento nonostante fosse, con i suoi sedici anni, all’esordio su di un palcoscenico tanto prestigioso.
Basta guardare la foto di quella premiazione per comprendere come mai il broncio dietro la medaglia mostrata ai fotografi abbia attirato su questa nuotatrice molte antipatie.
Che dire? Ciascuno è fatto a modo suo!
Anche se non si comprendere come sia possibile che una ragazza, non la Pellegrini nello specifico, fatichi a trovare soddisfazione nelle piccole e grandi gioie di tutti i giorni.
DS13 30 marzo 2008 - La cronaca di queste settimane è invasa da atti di assoluta barbarie perpetrati tra giovanissimi nelle scuole.
Quasi otto ragazzi delle scuole medie su dieci hanno conosciuto da vicino atti di bullismo, o perché ne sono stati vittima, o perché lo hanno subito i loro amici. E se in teoria il 75% dei giovani dichiara che è giusto che la vittima di questi maltrattamenti cerchi aiuto in un genitore o comunque in una persona adulta, all'atto pratico il 53% afferma che se accadesse a lui si difenderebbe da solo. I dati, che segnano un aumento del fenomeno di circa il 5% rispetto l’anno scorso, sono stati presentati dalla Società italiana di pediatria, che ha condotto un’indagine sulle abitudini e sugli stili di vita degli adolescenti. Dall’inchiesta, che ha coinvolto più di 1.200 ragazzi tra i 12 e i 14 anni, emerge che sono più i ragazzi delle ragazze ad assistere ad atti di bullismo (77% contro il 68%), senza differenze significative tra il Nord e il Sud del Paese. Cresce anche il giudizio negativo che i giovanissimi danno di chi, vittima di bullismo, cerca aiuto in un adulto: il 24% considera “fifone” o “spia” chi non cerca di difendersi da solo.
Ma cosa spinge questi giovanissimi a comportamenti tanto estremi e così pericolosi?
Sostanzialmente il fatto di non aver paura di nulla, di annoiarsi, di non pensare che si sta perpetrando un crimine e che quindi si potrebbe essere puniti. Ma anche, e basta compiere un rapido giretto in un qualsiasi motore di ricerca di Internet, la voglia di facile celebrità da ottenere a qualsiasi costo. Basta digitare video di bullismo a scuola per trovare filmate eseguiti con moderni telefonini di scherzi atroci o di prestazioni sessuali delle quali le ragazze sono consapevoli e spesso felici protagoniste.
Secondo i pediatri che hanno condotto questa ricerca un fattore determinante appare essere la televisione. Quella macchinetta che ti insegna come vivere ha sui più giovani in modo particolare un effetto devastante che si concretizza chiaramente in atteggiamenti come quelle ripresi con i telefonini.
Del resto professori e genitori, i pochi che ancora non si sono rassegnati, non contano più molto e la scala di valori che viene assimilata è vuota. Non è la gioventù ribelle dei decenni passati che era definita tale perché rispondeva a modelli comportamentali diversi da quelli dei propri padri. I bulli di oggi non hanno alcuna scala: semplicemente non si divertono, non sorridono, non sono mai soddisfatti e, di conseguenza, devono spingersi sempre oltre come insegnano in TV.
Cari personaggi dello sport, che rappresentate icone mediatiche di grande impatto, siate gentili, sorridete anche quando arrivate secondi; saremo tutti più felici quando sarete primi.
DS12 16 marzo 2008
E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca,
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.
Con questi versi Fabrizio De Andrè racconta di “Il Suonatore Jones” uno dei personaggi più struggenti che il cantautore genovese ha voluto “rubare” all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e, assieme a Fernanda Pivano, regalare al pubblico italiano all’epoca, era il 1971, poco a proprio agio con la poesia americana.
In quegli anni nei quali nel nostro Paese scoppiava la contestazione e le strade erano insanguinate dalla piaga del terrorismo di matrice politica De Andrè ha voluto compiere un viaggio dentro l’uomo anziché cavalcare l’onda del clamore delle piazze. Troppo raffinato ed in un certo senso snob, De Andrè, per non procedere contro vento.
Ha deciso, e questa è la cosa più significativa, di parlare di vivi attraverso le parole dei defunti: una scelta poetica che attraversa assolutamente il tempo e che va decisamente oltre, per tensione lirica e religiosa, alla mera traduzione del capolavoro di Lee Masters.
Nel Suonatore Jones la chiave è rappresentata dal concetto di ruolo. Il ruolo che in un certo senso ciascuno si ritaglia, a livello di dinamiche sociali, e del quale, a volte, rischia di rimanere prigioniero. Ruoli, in particolar modo quelli pubblici, che implicano profondo senso di responsabilità perché mediaticamente amplificati e di conseguenza assunti, magari dai più giovani, come modelli comportamentali.
C’è, però, chi del ruolo rimane, come detto, prigioniero. Nello sport, e nella fattispecie nel calcio, un esempio lampante è il talento barese Antonio Cassano, vero fenomeno con i piedi e schiavo del proprio carattere che è diventato, a dispetto dell’abilità calcistica, il suo marchio di fabbrica.
Questo giovane talento è di quelli che ti lasciano con il fiato sospeso più per le bizze che potrebbe impadronirsi di lui che del genio, per parafrasare i commentatori sportivi d’antan.
Quando scende in campo da lui ti attendi sempre qualcosa di eccezionale nel senso di qualcosa che rappresenti un’eccezione: un colpo straordinario come una sceneggiata becera contro l’arbitro che potrebbe costargli la convocazione ai prossimi Campionati Europei.
Genio e sregolatezza, tanto per rimanere nel campo delle citazioni che ormai dovrebbero essere del tutto demodé, ma anche condanna assoluta a corrispondere al ruolo che gli tocca, che si è cercato e dal quale non riesce a liberarsi.
Jones il suonatore sapeva di musica e per sua stessa ammissione, anche quando non ne avrebbe avuto voglia, gli toccava esibirsi perché gli altri, il contesto sociale, da lui voleva solo quello.
E per altro verso, anche se su scala meno intima e più globale, è quello che sta accadendo nel panorama internazionale in vista delle Olimpiadi di Pechino.
A cinque mesi dall’apertura ufficiale, prevista per l’otto agosto (8/8) alle otto e zero otto del 2008, la cronaca non è animata dal significato sportivo della più importante kermesse sportiva a livello mondiale, ma dal ruolo che il Paese organizzatore, la Cina, riveste sulla scena internazionale.
Basta fare un giretto in internet per recuperare migliaia di appelli al boicottaggio delle Olimpiadi Made in Cina. Intellettuali, cantanti, attori, religiosi sono già schierati a difesa della libertà che questo Stato stupidamente si ostina a negare.
Anche questo, però, è un gioco di ruoli perché le Olimpiadi alla Cina sono state assegnate da molto tempo e se si voleva condurre una battaglia, sacrosanta, per i diritti umani si poteva evitare a monte. I giochi si faranno perché sono già stati fatti ed oggi è normale, nell’intreccio di ruoli dei quali si è vittime ed interpreti al tempo stesso, animare di polemiche, dichiarazioni e urla di guerra la vigilia. Tanto poi ci sarà una bellissima cerimonia di apertura e saremo tutti davanti alla TV a tifare per la nostra nazione…
Fuori ruolo, è giusto riconoscerlo, il maratoneta Gebrselassie che ha candidamente dichiarato che a Pechino c’è troppo inquinamento e quindi lui non ci andrà… succede.
DS11 24 febbraio 2008 - È notizia dello scorso 18 febbraio che il proiettile esploso dall’agente della Polstrada sull’autostrada A1 nei pressi di un’area di servizio di Arezzo sarebbe stato deviato nella sua traiettoria mortale e, solo a causa di questa piccola deviazione, avrebbe ucciso Gabriele Sandri, il tifoso laziale al quale, oggi, sono dedicati centinaia di siti internet e di blog.
Come se il punto fosse questo, verrebbe da dire.
Un ragazzo in macchina sta andando con gli amici a vedere la partita e un colpo di pistola, accidentale o meno nella sua traiettoria, lo uccide mentre è chiuso nella macchina in sosta all’autogrill. Scherzi del destino, del fato, della sfiga: dite come vi pare. Volontà divina o tragica fatalità che importa?
La sostanza è che in questo mondo siamo tutti un po’ troppo nevrotici e basta un niente perché qualcuno ci rimetta la penne. Come storie di quelli che per un parcheggio conteso al centro commerciale scendono dalle rispettive automobili e se le danno di santa ragione…
Olindo Romano, il lui della coppia da telenovela indagata per strage di Erba, dice di aver subito il lavaggio del cervello: si è vero ho confessato di essere l’autore di questa serie efferata di omicidi, ma la verità è che non sono stato io, mi hanno convinto gli inquirenti a fornire questa finta confessione.
Anche questa come andrà a finire?
E di Cogne, perché nessuno parla più di Cogne?
Ma vuoi mettere per i TG della sera quanto bella sia l’immagine di Olindo Romano e Rosa Bazzi che si tengono per mano nella gabbia degli imputati dentro al Tribunale piuttosto che quella storia per la quale l’unica indagata è una donna, certamente strana, ma senza amanti, poco avvenente e, in definitiva, non più telegenica!?!
Scherzi dello show business.
Non molti giorni addietro a Napoli è successo un altro fatto singolare: i Carabinieri hanno eseguito un blitz in ospedale per sequestrare un feto in modo da comprendere se l’aborto praticato ad una signora fosse di natura terapica o meno. Una squadra, decisamente nutrita, di militari hanno fatto irruzione in un ospedale perché allertati da una telefonata anonima!
Ma voi avete mai provato a chiamare i Vigili del Fuoco o un qualsiasi altro soggetto deputato al pronto intervento? Vi riempiono di domande, si assicurano che l’allarme sia reale, che non si tratti di uno scherzo, che chi chiama non sia un mitomane o non esageri. Ed è giusto che sia così perché per ogni finta emergenza, considerato che i mezzi sono quelli che sono, pregiudica la possibilità di intervenire in caso di reale urgenza. Del resto il clima è da caccia alle streghe e, quindi, non è poi così difficile immaginare che la tensione, naturale o indotta che sia, raggiunga i massimi storici e autorizzi addirittura un intervento conseguente una telefonata anonima.
Il punto - nella morte di Sandri, come nella scelta dei delitti da prima pagina o nell’intervento per i casi aborto – è sempre lo stesso: viviamo un momento nel quale le nostre specifiche sensibilità vengono decise da altri.
Mi spiego meglio; esistono milioni di italiani, ne sono certo, ai quali poco importa di seguire le infinite telenovele dei casi giudiziari o le storture della cronaca. Fosse per loro salterebbero proprio la pagina di giornale nella quale si raccontano queste cose o disattiverebbero occhi ed orecchie mentre i TG le narrano.
La nostra percezione, ormai distante dalla fase naturale, è irrimediabilmente cambiata negli ultimi sessanta anni. Se la Coca-Cola inseriva dei micro spot, invisibili dall’occhio ma percepiti dal cervello, durante le proiezioni cinematografiche per invitare gli spettatori al consumo della bibita a base, forse, di carrube, oggi non vi è neppure la ricerca di questo escamotage: i media ti dicono esattamente cosa devi avvertire come prioritario, cosa ti deve piacere e cosa indignare.
Fast food generation qualcosa la potremmo ancora fare, spero.
Cominciamo a pensare a Gabriele Sandri, anni 28, che oggi non c’è più o alle tre donne ed al bambini uccisi ad Erba o al dramma che c’è dietro la decisione di una donna di abortire. Pensiamo ai fatti e non al gossip da strapazzo che ci si vuol far crescere sopra. Pensiamo alle cose vere e non alle coloriture.
Pensiamo.
DS10 13 gennaio 2008 - Nei giorni scorsi i tifosi del Treviso hanno pensato bene di incitare a Michele Fusaro l’uomo capace di rapire uccidere e tagliare a pezzi Iole Tassitani.
Una bella pensata, non c’è che dire, sperimentata durante un incontro amichevole della loro squadra impegnata in un richiamo atletico durante le vacanze natalizie.
Cosa si cela, però, dietro questo coro tanto becero? Certamente la demenza di pochi idioti ed il cattivo gusto degli altri pecoroni che, sentito lo slogan, hanno pensato bene di andare dietro ad i loro capo curva. Ma anche la percezione, sempre più evidente, di quanto tutto quello che passa attraverso il tubo catodico delle nostre televisioni diventi materiale di consumo da applicare alla vita di tutti i giorni.
Mi ha particolarmente colpito, nelle scorse settimane, uno spot mandato in onda dalle reti RAI: durante la campagna per il rinnovo del canone hanno pensato bene di criticare la televisione che plagia le menti. In buona sostanza la scena era semplice: il ragazzo presenta ai propri genitori la fidanzata la quale, armata di stereo portatile, si esibisce in una sorta di audizione da velina prodigandosi in uno sgambato stacchetto ed attendendo il giudizio di quelli che, evidentemente , scambiava per una commissione di casting.
Non male chiedere di spendere soldi per la televisione ridicolizzando chi la televisione non può fare a meno che subirla, viverla ed imitarla.
Devono esserci arrivati anche i capo struttura RAI che dire alla gente “pagami così ti riempio la testa di fesserie” non è un messaggio particolarmente seducente così hanno rovesciato il messaggio ed infatti in questi giorni va in onda una serie di spot nelle quali sono i personaggi del piccolo schermo a diventare domestici e non viceversa. Misteri della comunicazione.
Questo per dire che anche il clamore mediatico, comprensibilmente, sollevato dall’efferato omicidio di Iole Tassitani ha generato un effetto “fast food”. È tutto passato in TV quindi è un genere di consumo da assimilare quando meglio si crede, da soli o in compagnia, e nei modi più congeniali. Un assassino diviene così simbolo per una tifoseria, la vittima un particolare, per costoro, insignificante. Michele Fusaro come Arsenio Lupin, Diabolik, Jocker di Batman, Gargamella per i Puffi o, per restare all’attualità, il fotografo dei Vip Fabrizio Corona che prima dell’inchiesta era conosciuto solo dagli addetti ai lavori ed oggi mobilita orde di ragazzine pronte a lanciare il reggiseno verso la sua finestra.
Ma perché, senza entrare nel campo della fascinazione del male, il nostro tempo ha bisogno di questi modelli negativi?
Perché il video scandalo dei Kate Moss e Pete Doherty che tirano di cocaina spopola sul web a mesi di distanza dalla sua prima messa in onda?
Difficile da spiegare perché questi dannati o delinquenti, meglio se bellocci, spopolino.
Forse è meglio ripartire dalla “gaffe” nella campagna di rinnovo del canone della RAI: siamo noi che subiamo la televisione, e nel complesso il sistema dei media, o loro che devono diventare maggiormente domestici?
Per meglio intenderci l’assunzione a simbolo di un criminale reo confesso è ciò che vogliamo o il frutto di un processo che ci è stato indotto?
La speranza, chiaramente, è che il Fusaro della situazione inneggiato in una curva di una squadra di calcio durante una partita amichevole sia la conseguenza dell’effetto devastante dei media su delle menti deboli e chiaramente bacate e non l’esatto contrario ovvero il risultato di quello che noi ordiniamo per cena al nostro tubo catodico.
23 dicembre 2007 - Dickens nel suo “Canto di Natale”, opera del 1843, racconta la conversione dell'arido e tirchio Scrooge visitato nella notte di Natale da tre spettri preceduti da un'ammonizione del defunto amico e collega Marley, il Canto unisce al gusto del racconto gotico l'impegno nella lotta alla povertà e allo sfruttamento minorile, attaccando l'analfabetismo.
Sarebbe bello, oggi, rivisitare questo celeberrimo racconto e provare a comprendere quali sono i mali contro i qual scagliarsi, quali le riflessioni da compiere in una notte di Natale un po’ noir in cui l’incubo del passato, del presente e del futuro si materializzano di fronte ai nostri occhi.
Chi potrebbe essere, dunque, oggi ad impersonare lo spirito del Natale Passato? Ciascuno di noi nasconde al proprio interno un incubo, un senso di colpa dal quale non riesce a separarsi. Nella nostra società, purtroppo, i sensi di colpa sembrano essere stati aboliti. Ormai viviamo in maniera così automatica che tutto ci sembra normale, inevitabile, sterile nella sua incapacità di produrre, su di noi, alcun effetto.
In questi giorni stanno morendo lavoratori a grappoli nelle fabbriche e nei cantieri e questo fenomeno è talmente frequente da non sembrarci più eccezionale nella sua agghiacciante quotidianità. Ecco! Forse l’incubo del nostro Natale Passato è proprio questo: il fatto di non averlo, di non pensare che vi sia nulla del quale rammaricarsi, sentirsi, almeno, corresponsabili e addolorati.
Oggi viviamo così. Attaccati alla televisione per poter spiare le esistenze altrui, per non pensare alle nostre o a quelle di coloro i quali abbiamo vicino.
Chi sarà mai il nostro fantasma del Natale Presente se non questo edonismo esasperato che ci impone di correre verso luoghi che non conosciamo, di spendere per oggetti che non ci interessano, di trasformare i sentimenti, anche quelli più veri, i rapidi riti.
Siamo appesi ad un vento che fa ondeggiare e non ce ne accorgiamo neppure. Un’apatia strutturale ci impone, senza nessuna forzatura, di non occuparci di nulla, di non considerare niente come veramente nostro o vicino.
Il dramma, quindi, è che noi un Fantasma del Natale Presente non lo riusciamo ad identificare perché siamo di quelli ai quali, tutto sommato, un bel pareggio a reti inviolate non va poi neppure male. Non identifichiamo un Fantasma, oggi, perché abbiamo deciso di abdicare al nostro presente. L’immagine più comune della nostra società è la sciocca corsa ai regali natalizi fatti con astio per parenti ed amici che, alla fin fine, ci interessano poi poco sognando, mentre ci affanniamo dentro le nostre utilitarie in gironi danteschi da centro commerciale di prima periferia urbana, di essere a casa in ciabatte a guardare al televisione e sbadigliarci in faccia.
Ed il futuro? Come mai potrà essere il Fantasma del Natale futuro? Quale morale verrà a portarci nella notte in cui il Cristo nacque?
Difficile rispondere. La tentazione di essere catastrofici è assoluta anche se il nichilismo di questi anni ci spinge a previsioni abbastanza banali quasi come una coca cola sgasata.
Il problema vero che dobbiamo porci, dunque, è proprio questo? Quale sarà il fantasma del Natale Futuro? Come potrà mai essere il nostro Natale Futuro?
Vogliamo dire che fa tutto schifo e Natale non arriverà più? Troppo facile amici! Vogliamo pensare che tutto si aggiusterà da solo? Assolutamente semplicistico!
Io preferisco pensare che il Natale Futuro, con annesso Fantasma, sia tutto da costruire e che per farlo un po’ di impegno lo si deve pur mettere.
In un’epoca di veline e Grandi Fratello nella quale si cerca sempre la scorciatoia credo che la morale di questo e dei Natale a venire sia proprio quella che del proprio bisogna rischiarlo, che le cose non capitano da sole e che magari, ogni tanto, fare fatica serve anche se non si raggiunge l’obiettivo.
Dobbiamo compiere, come società nulla di personale ovviamente, un salto culturale per il quale l’etica del fare acquisti un valore almeno pari alla soddisfazione per il raggiungimento del risultato.
Oggi si bada al sodo, verrebbe da dire, e la strada che si percorre per arrivare a meta è poco importante.
Ecco l’augurio di Natale che mi sento di fare è proprio questo: trovare la voglia di scegliere la strada e di percorrerla con fatica e determinazione sino al luogo nel quale abbiamo deciso di andare.
Felice Natale e Buon 2008
5 dicembre 2007 - Il termine “discanto” ha assunto il significato di spontanea rottura della simmetria. Nella musica gregoriana occidentale per “discanto” indica un procedimento polifonico che consiste nell’adozione, sino all’XI secolo sconosciuto, di un controcanto. Un coro che, in un certo senso, si antepone a quello legato alla melodia, ma che al tempo stesso la completa e la rende più ricca.
Ed è proprio di un “discanto” che oggi c’è assoluto bisogno. Ma di un “discanto” intelligente e consapevole come quello gregoriano dove il controcanto rompe e arricchisce al tempo stesso la simmetria armonica.
C’è bisogno di un controcanto che alteri l’equilibrio per renderlo migliore forzando la coatta omologazione per la quale esiste solo il canto armonico.
Deve avere però natura di intelligenza e piena consapevolezza; non può certamente essere dettato dallo spontaneismo questa rottura che rischierebbe, altrimenti, di procurare solo danni e di lasciare solo frantumi di vetrine abbattute da mani esasperate e da menti obnubilate dal conformismo della ribellione tout cour.
George Orwell, nel suo celeberrimo romanzo “1984”, racconta di un Ministero della Verità, nel quale lavora il personaggio principale, Winston Smith, che ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità espressive della lingua. Per quanto sia tenuto sotto controllo da telecamere, Smith comincia a condurre un'esistenza ispirata a principi opposti a quelli inculcati dal regime.
Noi, in un certo senso, stiamo vivendo un mondo molto vicino a quello descritto da “1984” e non è un caso, si passi la battuta, se uno dei programmi televisivi maggiormente seguiti ha per titolo il nome, il Grande Fratello, il nome con il quale viene chiamato il dittatore del quale Orwell racconta.
Del resto in un qualsiasi venerdì nel tardo pomeriggio, quando orma è buio e la temperatura si è ben abbassata, leggendo le notizie che scorrono veloci dagli aggiornamenti ANSA non troviamo nulla di particolarmente diverso rispetto a quello che viene ripetuto in ogni trasmissione televisiva o in ogni TG. Ma come, viene da chiedersi, non succede altro al Mondo oggi? C’è solo Raffaele Sollecito che dice la sua sulla morte della studentessa Meredith? Ci sono solo le anticipazioni su chi sarà il fortunato calciatore che vincerà il FIFA World Player? I consigli per i regali di Natale? La decisione del Ministero della Pubblica Istruzione di usare il pugno di ferro contro i ragazzini che si scambiano video ed immagini pornografiche con il telefonino a scuola? Come se fosse normale che un quattordicenne non abbia più paura dei professori tanto da mettersi a fare foto spinte ai perizoma in bella mostra che spuntano dai jeans sempre più a vita bassa della compagna di classe praticamente non ancora adolescente.
Il problema, come notava il povero Smith di “1984”, è che tutto appare normale e, quindi, di “discanto” consapevole non ne vuole più sapere nulla quasi nessuno perché, in fin dei conti, toccare l’armonia significa mettersi profondamente in gioco.
Un gioco al quale inconsapevolmente non si appassiona più nessuno, come alla schedina soppianta dalle promesse di facili e maggiori guadagni dal Superenalotto. Non ti devi sforzare di scegliere, pensare, seguire e provare ad esprimere un pronostico consapevole, butti dei numeri a caso e speri che ti cambino la vita.
Un po’ troppo semplice, direi. Come pensare di andare, per l’appunto, al Grande Fratello per diventare ricco e famoso senza saper fare nulla. Almeno una volta le famiglie delle ragazze speravano di “sposar bene” le proprie figlie, ora si è rinunciato anche a quello sforzo diplomatico e di civetteria e si tira ad indovinare l’occasione giusta.
È così, se ci si pensa, anche nello sport: meno tattica, più atletica, grandi stelle strapagate che risolvano da sole la situazione. Non è proprio un buttare a caso, ma poco ci manca. Del resto l’Italia operaia i Mondiali di calcio li ha vinti con le giocate individuali e con il grande agonismo non certo con il bel gioco. L’Inter di Mancini vive dell’estro dei suoi innumerevoli campioni, la Juventus di Ranieri della coesione del proprio gruppo, il Milan di Ancellotti dell’esperienza dei suoi veterani. Con la tattica, la preparazione, lo studio ed il gioco non si fa più molta strada. Ed Angelo Colombo, un giocatore tutt’altro che trascendentale divenuto motore del squadra Rossonera di Sacchi capace di vincere tutto, oggi il campo non lo vedrebbe pressoché mai, ma sarebbe relegato in panchina o in una qualche formazione dei campionati minori.
A noi, però, piace Colombo nonostante ci possiamo entusiasmare per le gesta individuali dei campioni più celebrati. Ci piace chi suda ed impara e migliora. Questo è il “discanto” consapevole e, tutto sommato, ci piacerebbe sognare per i nostri figli un futuro nel quale questi valori, nello sport come nella vita, possano essere premiati. A Van Basten e Gullit Colombo serviva eccome: speriamo torni di nuovo ad essere utile.
14
ottobre 2007 - Marion Jones ha rappresentato per anni il volto
pulito dell’atletica. Carina, disponibile, il marito come manager
ed una carriera che, sorprendentemente, si allungava nonostante il passare
degli anni. Nei giorni scorsi, ovviamente in mondovisione, ha fatto mea
culpa: “mi dopavo pure io, la favola bella non è mai esistita,
scusate tutti.” E giù a piangere.
Ma io mi chiedo: ma cosa piangi? Dovrebbero piangere quelli che hanno
fatto veramente sacrifici, non hanno cercato scorciatoie, e sono arrivati
secondi perché tu, bella Marion, avevi truccato la partita. Purtroppo,
però, quel grande paesetto globale che è il mondo vive queste
regole ed il pentimento a reti unificate è già un mezza
redenzione. Qualcuno si è già spinto a dire che la velocista
tutto sommato è stata onesta ed eroica, un esempio per le colleghe
e per le giovani generazioni. Ma per piacere?!?
Il cinema, quello vero, è in crisi. Siamo nell’epoca della
fiction, alleviamo una fast food generation incapace di masticare alla
quale servire solo bocconi pronti da ingollare. Tanto, poi, alla fine
ci possiamo stendere davanti alla TV e se vogliamo lavarci la coscienza
indignarci per due minuti e mezzo per l’atroce sorte che il Governo
Birmano destina ai proprio oppositori, in primis agli eroici monaci, così
diversi da una parte decisamente consistente delle nostre gerarchie ecclesiastiche.
Dida prende due goal da dilettante e non trova nulla di meglio da fare
se non fingere di essere stato menato scambiando un buffetto per un uppercut
del Tyson dei tempi d’oro. Magari, avrà pensato lo sciagurato,
ci danno una bella vittoria a tavolino e rimedio con la scorciatoia alla
brutta figura. A casa!!! Verrebbe da dire. Se non fosse che questo mandare
a quel paese di questi tempi è decisamente abusato, frustro e furbescamente
utilizzato da qualcuno che, con una mossa che è soltanto populista,
cerca di tornare sotto i riflettori.
La meraviglia dura tre giorni, purtroppo o per fortuna, quindi anche tutto
questo passerà.
Le fiction per quanto lunghe e celebrate lasciano il tempo che trovano
e di strascichi tendono a non lasciarne poi molti.
Quello che continua a mancare a questo paese è il senso di responsabilità.
Se il ministro delle finanze dice che pagare le tasse dovrebbe essere
motivo di soddisfazione perché contribuendo si mantiene in vita
lo stato democratico e si garantiscono servizi a tutti anche a chi non
ha nulla, pare aver detto una castroneria, ha sortito l’effetto
di un cane che abbaia in chiesa durante la solenne messa cantata.
La domande, però, è: a quale messe abbiamo deciso di andare?
E quando evidentemente si disturba cosa si sta disturbando?
L’individualismo spinto di questi tempi? L’edonismo imperante
e sciocco? I quieto vivere delle tre scimmiotte che preferiscono non vedere,
non sentire e non parlare?
Lo sport è lo specchio del nostro quotidiano; è una fiction
lunga secoli purtroppo sempre più improponibile e grottesca.
Per fortuna ogni tanto, soprattutto quando si spegne la televisione, si
respira. Magari andando al cinema, quello vero, impegnandosi a seguire
una trama più complessa ed uscendo con un’idea nuova da pesare
e far frullare nella testolina. Nessuno accigliamento, per piacere. Basta
intellettuali organici o meno, a gettone o naif. Basterebbe cominciare
a chiederci, nella vita come nello sport, cosa c’è dietro
quello che ci fanno ingollare come ai tacchini da ingrassare per Natale.
16
settembre 2007 - Non tutto ciò
che conosciamo è come appare. Questo pensiero, di per sé
un po’ frustro e banale, di questi giorni è completamente
rovesciato. Intendo dire che in quest’epoca per molti versi obliqua
ciò che non appare non è conosciuto.
L’elemento perverso, e se vogliamo orwelliano, è che appare
come sempre più evidente una regia. Nella sottospecie di Grande
Fratello, quello di Orwell non quello che accompagna le giornate di chi
anziché vivere preferisce guardare gli altri che lo fanno in TV,
nel quale viviamo è sempre più chiara la selezione delle
informazioni da trasmettere. La tecnica è quella della pubblicità:
ripetizione, immagini suadenti e seducenti, messaggi semplici e individuati
per il target di riferimento.
La cosa più atroce, dal punto di vista se vogliamo culturale e
civile, è che oggi anche la cronaca e non solo l’opinione
pare seguire delle simili regole.
Dal delitto di Cogne alle gemelline di Garlasco è tutto un dire
e non dire, un lasciare intendere, un pilotare la formazione delle notizie
sino a distorcerle, dilatarle, farne emergere i particolari più
morbosi e maggiormente digeribili all’ora di cena.
Ma se la fonte è manipolata del fatto cosa resta? Pressoché
nulla, soltanto l’ispirazione, forse l’incipit. A questo punto
ogni opinione, anche quelle maggiormente semplici da formarsi ovvero le
sensazioni determinate da un fatto di cronaca, saranno falsate, indotte,
costruite in maniera fredda e scientifica. Obiettivo finale di questo
processo impressionante? Semplice; l’omologazione del pensiero.
Una disabitudine all’elaborazione ed una passivizzazione dell’interlocutore
che hanno costruito, in questi anni, la cosiddetta “fast food generation”
intesa, non tanto nella sua accezione scarsamente gastronomica, quanto
nella necessità di un pensiero divenuto debole di assimilare concetti
pre-masticati semplici da ingollare senza alcuno sforzo.
Lo dimostra il fatto che libri e giornali non se ne vendono, il cinema
deve semplificarsi per tornare ad essere frequentato e le mostre che staccano
più biglietti sono quelle mediaticamente più celebrate recandosi
alle quali si ha l’impressione di “fare quello che fanno tutti”.
Lo sport non fa eccezione. Il proliferare di trasmissioni che riproducono
il clima dei discorsi da bar è un termometro assolutamente significativo.
Anziché uscire a dire banalità iraconde tra tifosi di squadre
diverse si preferisce guardare alla tv lo stessa cosa: è scioccante
o no? La risposta è “no” ed è proprio questo
il dramma, probabilmente.
Giovanna Volpato non è riuscita a fare un grande risultato alla
maratona di Osaka; per carità capita. Non è uscita una riga
sui giornali, non interessa. Quello che importava era il maxi schermo,
i festeggiamenti, l’anticipazione di felicità, non la cronaca.
L’opinione era già servita: un paese in attesa, il nuovo
sindaco davanti al maxi schermo montato per l’occasione, le anticipazioni
di amici e familiari; cosa serviva di più? Il risultato? Ma siamo
seri il caso era già montato, i pezzi erano già stati scritti
e le opinioni preconfezionate già fatte digerire.
A questo punto il commissario tecnico della Francia è stato molto
abile, bisogna riconoscerglielo, a montare tutto quel caos prima della
sfida per la qualificazione agli Europei tra la nostra nazionale ed i
transalpini. Ha imbrigliato una partita in quattro dichiarazioni, non
ha giocato nessuno, tutti temevano la rissa ed il risultato è stato
uno scialbo zero a zero che consente a suoi di mantenere la testa del
girone.
Scherzi della comunicazione, delle opinioni servite all’ora di cena
via etere: siamo la fast food generation, bamboli, e o si stacca la spina
e si ricomincia a pensare oppure continueremo negli scialbi pareggi a
reti inviolate.
26
agosto 2007 - Sta impazzando, in questi giorni, un acceso dibattito mediatico sul
ruolo che gli anni ’80 hanno avuto nel nostro Paese. Non riesce,
sarà una ragione anagrafica, però ad appassionarmi questa
volontà di decidere se i paninari fossero meglio o peggio dei firmatissimi
ragazzini di oggi o se il mito del rampantismo e dello yuppismo fossero
o meno utili alla causa comune.
Per me gli anni ’80 hanno rappresentato una svolta significativa
nel modo di vivere la propria vita. Sono stati gli anni nei quali si doveva,
tassativamente, decidere se stare di qua o di là. Se essere alternativi
o yuppy, edonisti o impegnati, con l’est o con l’ovest, con
Craxi o con Berlinguer. Alla fine, tanto, vinceva sempre la Democrazia
Cristiana, l’Italia conquistava il Mondiale Spagnolo, cadeva il
Muro di Berlino, Gorbachev provava a cambiare il Mondo e la giacca a vento,
usata fino a quel momento solo per andare in montagna a sciare, diventava
un mito costosissimo e per pochi. Ci si divideva, quindi, tra chi le Timberland
le aveva e chi no, tra chi non si perdeva una puntata di “Drive
In” e chi preferiva uscire di casa ogni domenica sera per non doversi
sorbire i gridolini striduli del Tenerone, predecessore del sempre, purtroppo,
attuale Gabibbo.
Paninari contro metallari e dark questo ci vogliono dire che sono stati
gli anni ’80 e partendo da questo paradigma a distanza di quasi
trent’anni vogliono stabilire chi avesse ragione.
Quegli anni, per il nostro territorio, sono stati quelli del grande lavoro
per tutti e della rapida ricchezza per pochi: non facevamo gli americani,
nonostante i poster di Rambo o di Sandy Marton o i videogiochi per il
Commodore 64, ma i cinesi. Chiusi a lavorare a cottimo per ore con il
sogno di aprire anche noi il nostro bel capannone. La grande differenza,
però, stava tutta in quel sogno, banale o meno che fosse. In quegli
anni tanto superficiali, dal punto di vista delle mode, da sembrare quasi
sciocchi c’era la speranza di innalzare la propria condizione sociale
e di vedere il mondo con occhi diverse, magari meno attenti, ma certamente
più positivi. Anche il calcio, e lo sport in generale, vivevano
di questa luce. Silvio Berlusconi che presenta il Milan scendendo tra
i tifosi con gli elicotteri ne è stato, forse, il simbolo più
eclatante. Erano gli anni di Maradona, Gullit, Matheus, Diaz, Socrates,
Zico e Falcao. Oggi giocatori di quel calibro, ammesso che ne nascano
ancora, in Italia possiamo solo vederli con la parabola sintonizzandoci,
con i nostri modelli di televisione al plasma, sulle emettenti Spagnole
ed Inglesi. Oltre ad essere costretti a continuare a sognare invano i
vari Ronaldinho e Messi anche i nostri campioni cominciano, mai come in
questa estate, ad emigrare verso altri Paese con il risultato che le nostre
squadre si stanno riempiendo di stranieri di seconda o terza fascia che
dichiarano alla prima conferenza stampa di essere una via di mezzo tra
Van Basten e Pato Agueliera, ma di ispirarsi, nelle movenze, a Paulo Roberto
Cotechinho centravanti si sfondamento. Ed i giornali, che in estate devono
riempire le giornate di chi ancora vuole sognare, ci sguazzano. La Gazzetta
dello Sport, il più venduto quotidiano in Italia, ci ha tormentato
tutta l’estate con improbabili paginate di sfide realizzate al simulare
tra il Verona di Bagnoli e la Juve di Lippi, tra l’Inter di Trappattoni
e la Sampdoria di Vialli giusto per capire chi è la squadra più
forte tra quelle di oggi e quelle di un tempo, un po’ come stabilire
se i paninari degli anni ’80 fossero meglio delle ragazzine vestite
come veline del 2000.
In un Paese del genere, quindi, non stupisce neppure che Valentino Rossi,
presunto evasore, registri una bella dichiarazione video e la mandi in
onda nelle televisioni di tutto il mondo per dire che lui non è
italiano, ma emigrante e che tutto sommato le tasse del nostro Paese per
uno che è vincente e che può andare a vivere a Londra non
è obbligatorio pagarle!
Tanto poi la coda all’ospedale, dove sono costretti a tagliare i
fondi perché allo stato mancano 100 miliardi di euro l’anno
a causa dell’evasione fiscale, la facciamo noi; oggi come nei mitici
anni ’80.
15
luglio 2007 - L’impertinente di oggi, giornata ormai estiva, non vuole parlare
delle consuete miserie del calcio. Per meglio dire, in queste poche righe,
vuole porgere un invito a chi, queste miserie, le perpetra.
Perché c’è un’evidente discrasia tra le nefandezze
che il nostro sport ci propina e la storia di Julio Gonzalez, lo sfortunato
attaccante del Vicenza che il 22 dicembre del 2005 uscì di strada,
con la sua auto, nei pressi dell’aeroporto Marco Polo di Venezia.
Shock incredibile, braccio amputato, una lunga riabilitazione e carriera,
drammaticamente, finita troppo presto quando in molti pronosticavano per
lui un futuro in una grande e blasonata squadra dell’italico pallone.
Dopo l’incidente, a dire la verità uno di quei paurosi scontri
che in particolar modo nelle strade del Nordest pretendono un triste tributo
di vite ogni weekend, in molti si sono augurati un ritorno sul rettangolo
verde del peperino paraguaiano. In quell’occasione la mente mi è
volata, personalmente, al racconto, portato in scena da Beppe Cederna
nel fortunato spettacolo teatrale “Gol Tacalabala”, dedicato
a Garrincha. Manoel (Mané) Francisco dos Santos, noto a tutto il
mondo come Garrincha (Passerotto), deve il suo soprannome ad un evento
drammatico: da bambino fu affetto da poliomielite e, dopo un intervento
chirurgico, si ritrovò con una gamba più corta dell’altra.
Questo handicap, al quale si dovette aggiungere una mente ferma allo stato
infantile, avrebbe stroncato chiunque. Invece il Passerotto brasiliano
riuscì a fare di necessità virtù inventando, proprio
grazie a queste sue gambe di diversa lunghezza, un modo di procedere lungo
la fascia, di dribblare e di calciare a rete assolutamente inarrestabili
per qualsiasi avversario. Era il Brasile di Pelè, quella squadra
magnifica che si laureò campione del mondo nel 1958 e nel 1962.
Garrincha giocava largo sulla fascia, come Gonzalez, puntava l’avversario
ed andava in porta: un vero prodigio. Come molti campioni del passato
morì solo - ormai sconosciuto persino in patria, ad eccezione che
nel suo borgo natale - sopraffatto dall’alcol e dalla solitudine;
per anni, nonostante, anzi forse grazie a, queste gambe di due misure
diverse fu sul tetto del mondo.
Chissà cosa potrebbe, dunque, combinare Gonzalez che ha la stessa
fame di rivincite, le stesse umili origini, la stessa voglia di dimostrare
che non vi è nulla di impossibile? Combinerà poco, almeno
a quello che si dice. Nonostante il Vicenza non lo abbia mai escluso dalla
propria rosa ufficiale proprio pochi giorni fa le visite mediche federali
hanno escluso la possibilità che possa di nuovo giocare, in Italia,
tra i professionisti. Peccato perché sembrava che questo potesse
essere l’anno del ritorno in campo di questo giovanotto venuto dal
Paraguay che, come il nostro Alex Zanardi, non ha mai smesso di combattere
per riprendersi quello che, ingiustamente, gli era stato tolto. I rumors
di mercato lo vorrebbero al Malo in serie D o al Tacuary, squadra di Asuncion
nella serie A del suo paese o, ancora, come osservatore in Sud America
per i biancorossi vicentini. Quello che è certo è che Gonzalez
non ripeterà la favola bella della seconda vita del Passerotto
Garrincha e, questo, deve essere uno schiaffo forte a tutti quelli che,
ogni giorno, immolano lo sport sull’altare del business, della furberia
e di tutte quelle scorciatoie che ormai conosciamo fin troppo bene.